Gentile Direttore,
raccolgo l’invito alla riflessione lanciato dalle pagine del Suo giornale in merito alla petizione promossa dal Presidente della FNO TSRM e PSTRP, il Dott. Diego Catania, per il superamento del vincolo di esclusività.
Da Tecnico Sanitario di Radiologia Medica (TSRM) sento la necessità di porre una domanda tanto cruciale quanto, purtroppo, elusa: quale tipo di libera professione ha in mente il Presidente per la nostra categoria? La rimozione del vincolo di esclusività è una battaglia condivisibile sul piano dei diritti lavorativi, ma rischia di trasformarsi in uno specchietto per le allodole se non si guarda in faccia la realtà professionale (come nelle migliori tradizioni pirandelliane, in contrasto perenne tra ideale e reale). Come può configurarsi una vera “libera professione” per il TSRM se l’architettura normativa attuale ne azzera di fatto l’autonomia decisionale?
Dobbiamo ricordare a noi stessi, prima ancora che alla Federazione, il recinto normativo in cui siamo confinati. La Legge 187 del 2000 e il successivo Decreto Legislativo 101 del 2020 ribadiscono infatti il principio di giustificazione (e ottimizzazione) e la responsabilità clinica in capo al medico specialista, mentre i contenuti dell’Atto Medico Radiologico della SIRM blindano ulteriormente ogni procedura all’interno di un percorso che azzera l’autonomia professionale del TSRM. Questi per legge, non può accogliere un paziente autonomamente, non può decidere se e come eseguire un esame senza una giustificazione medica e la relativa ottimizzazione (e delega) e non può esercitare in assenza della catena di responsabilità che fa capo al medico specialista in radiologia.
In questo scenario, fare il “libero professionista” rischia di significare semplicemente prestare la propria manodopera tecnica a gettone o in regime di partita IVA per strutture private, rimanendo comunque totalmente dipendenti dall’atto altrui. Ed è qui che emerge il paradosso “più doloroso” che vivo sulla mia pelle. Chi Le scrive ha completato tutti e tre i cicli della formazione universitaria previsti dal Processo di Bologna, conseguendo il più alto titolo accademico, il Dottorato di Ricerca. Eppure, malgrado ciò, la realtà giuridico-professionale mi mette di fronte a una verità umiliante: un’estetista, nel suo campo, gode oggi di una libertà decisionale e di un’autonomia di esercizio che a me sono strutturalmente negate. Se la Federazione vuole davvero valorizzare i TSRM, non basta chiedere la libertà di fare il doppio lavoro; serve una discussione seria sulle nostre reali competenze e su una riscrittura dei confini professionali che non ci riduca a meri esecutori.
P.S. Al collega convinto del contrario perché “… tanto in ospedale fa tutto lui”, ricordo che quella non è autonomia professionale, è – a norma di legge – esercizio abusivo della professione medica.
Francesco Sciacca, PhD
Tecnico sanitario di radiologia medica