Il lavoro sanitario che il sistema non sa misurare

Il lavoro sanitario che il sistema non sa misurare

Il lavoro sanitario che il sistema non sa misurare

Gentile Direttore, negli ultimi anni il dibattito sulla rappresentanza delle professioni sanitarie non mediche si è spesso concentrato su una contrapposizione tra categorie: professioni infermieristiche e ostetriche, tecnico-diagnostiche, tecnico-riabilitative e della prevenzione. È un confronto comprensibile, ma rischia di non cogliere il nodo più profondo del problema

Gentile Direttore, negli ultimi anni il dibattito sulla rappresentanza delle professioni sanitarie non mediche si è spesso concentrato su una contrapposizione tra categorie: professioni infermieristiche e ostetriche, tecnico-diagnostiche, tecnico-riabilitative e della prevenzione. È un confronto comprensibile, ma rischia di non cogliere il nodo più profondo del problema.

Il vero limite del sistema contrattuale del comparto sanità non riguarda tanto la rappresentanza di una professione rispetto a un’altra. Il problema è che il sistema non dispone di strumenti adeguati per misurare il valore reale del lavoro nei diversi processi assistenziali. Finché la struttura retributiva continuerà a essere costruita quasi esclusivamente su profili professionali e aree contrattuali, senza strumenti capaci di misurare la complessità reale del lavoro, il risultato sarà inevitabilmente una distribuzione orizzontale delle risorse, con aumenti generalizzati ma scarso riconoscimento delle responsabilità effettive.

Il Servizio sanitario nazionale è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni e le professioni sanitarie sono diventate sempre più specialistiche, tecnologiche e autonome. Pensiamo, ad esempio, ai professionisti che operano nei servizi diagnostici: tecnici sanitari di radiologia che gestiscono apparecchiature di altissima complessità, tecnici sanitari di laboratorio coinvolti nei processi di diagnostica molecolare e genomica, infermieri che operano quotidianamente in contesti ad alto contenuto tecnologico e con responsabilità dirette sulla qualità dei dati clinici.

Eppure, dal punto di vista contrattuale, questa evoluzione viene spesso “diluita” all’interno di un sistema che fatica a distinguere tra livelli diversi di complessità del lavoro. Il risultato è che molte attività altamente specialistiche vengono trattate, sul piano retributivo e dell’inquadramento, con logiche sostanzialmente simili a quelle utilizzate decenni fa.

Questo non significa che una professione valga più di un’altra, anche se il rischio di questa percezione nella pubblica opinione è concreto. Significa piuttosto che il sistema dovrebbe essere in grado di intercettare in modo più preciso il contenuto reale del lavoro svolto. In molti sistemi sanitari europei questo problema è stato affrontato introducendo modelli di job evaluation, cioè sistemi strutturati di valutazione del lavoro basati su fattori oggettivi come le conoscenze richieste, il grado di responsabilità, l’autonomia decisionale, l’impatto clinico delle attività e le condizioni operative.

Nel National Health Service britannico, ad esempio, il sistema Agenda for Change collega la struttura retributiva al “peso” del lavoro attraverso una valutazione basata su fattori standardizzati. Il principio è semplice: non si remunera soltanto il titolo professionale o il profilo contrattuale, ma il contenuto effettivo del lavoro svolto. Questo consente di ridurre le disparità tra professioni, rendere più trasparenti i percorsi di carriera e valorizzare competenze avanzate riconoscendo il livello di responsabilità, il rischio professionale e la complessità delle attività svolte.

Nel contesto italiano, una riflessione su questi strumenti di valutazione del lavoro potrebbe contribuire a superare alcune delle tensioni che attraversano il comparto sanità e in particolare l’area dei funzionari. Oggi molte rivendicazioni professionali nascono dalla percezione di uno scarto tra responsabilità esercitate e riconoscimento economico. Senza strumenti capaci di misurare la complessità del lavoro, la contrattazione rischia di trasformarsi in una competizione tra categorie per l’accesso alle stesse risorse.

Introdurre una logica di job evaluation non significherebbe alimentare nuove divisioni tra professioni, ma al contrario costruire un terreno più equo e trasparente. Se il valore del lavoro viene misurato attraverso criteri condivisi, ogni professione può essere riconosciuta per il contributo effettivo che apporta al sistema di cura e per i rischi che affronta quotidianamente.

Un ulteriore aspetto merita di essere considerato: i limiti dell’attuale sistema di valorizzazione del lavoro sanitario non incidono soltanto sulle retribuzioni o sul riconoscimento professionale, ma anche sulla capacità del Servizio sanitario nazionale di attrarre e trattenere competenze altamente specialistiche.

Negli ultimi anni il tema della carenza di personale e della crescente difficoltà nel reclutare professionisti sanitari è diventato centrale nel dibattito pubblico. Sempre più spesso si parla di fuga verso il settore privato o verso altri sistemi sanitari europei. In questo contesto, un sistema che non riesce a riconoscere in modo adeguato la complessità e la responsabilità del lavoro rischia di diventare progressivamente meno attrattivo per le nuove generazioni e per i professionisti più qualificati, che potrebbero invece contribuire in modo determinante al miglioramento dei processi assistenziali e alla qualità dei servizi offerti ai cittadini.

Valorizzare il lavoro sanitario non è quindi soltanto una questione di equità contrattuale, ma anche una condizione necessaria per garantire la sostenibilità futura del Servizio sanitario nazionale.

Naturalmente un cambiamento di questo tipo richiede una riflessione ampia e condivisa. La struttura del lavoro pubblico, la contrattazione collettiva, l’integrazione tra formazione accademica e organizzazione del lavoro e l’assetto istituzionale del Servizio sanitario nazionale rendono necessario il coinvolgimento di diversi attori. ARAN e organizzazioni sindacali restano i protagonisti naturali di questo confronto sul piano contrattuale, ma una riflessione sul futuro della valorizzazione delle professioni sanitarie non può prescindere anche dal ruolo del Ministero della Salute, del Ministero della Pubblica Amministrazione – Dipartimento della Funzione Pubblica – e delle Regioni.

Il punto fondamentale non è importare meccanicamente modelli stranieri, ma avviare un’analisi specifica su come riconoscere la crescente complessità del lavoro sanitario nel SSN. Continuare a basare l’intero sistema retributivo su categorie generalizzate e su indennità frammentate rischia di non essere più sufficiente per rappresentare la realtà delle professioni sanitarie contemporanee.

Senza strumenti capaci di riconoscere e misurare il valore del lavoro sanitario, anche le migliori riforme del sistema rischiano di restare incompiute.

Mattia La Rovere Petrongolo

TSRM – Abruzzo

Nicolò Moretto

TSRM – Veneto

Massimo Ferrari

Infermiere – Emilia Romagna

Gerardo Nannini

TSRM – Friuli Venezia Giulia

11 Marzo 2026

© Riproduzione riservata

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