Gentile direttore,
c’è una strana forma di oblio che accompagna il successo della medicina. Quando una malattia arretra, quando i suoi numeri si fanno piccoli e i suoi nomi smettono di comparire sui titoli dei giornali, tendiamo a cancellarla dalla lista delle nostre paure. La rimuoviamo, quasi fosse stata sconfitta per sempre. E invece no. Le malattie infettive non conoscono rese definitive. Semplicemente aspettano. Aspettano che la nostra attenzione si affievolisca, che le coperture si assottiglino, che la memoria collettiva ceda il passo alla distrazione.
Ce lo ricorda in queste settimane il Sud dell’Inghilterra, dove la meningite ha rotto il silenzio nel modo più tragico. Nel Kent, un focolaio di malattia meningococcica invasiva ha già spezzato la vita di due giovani: uno studente universitario di 21 anni e una ragazza di 18, all’ultimo anno di scuola superiore. I contagi accertati sono una ventina, una decina i ricoveri in condizioni critiche. Le autorità sanitarie britanniche hanno parlato di un’epidemia “senza precedenti” per rapidità di diffusione, dichiarando un incidente nazionale per garantire le scorte di antibiotici. Oltre trentamila persone sono state raggiunte dai controlli, e per cinquemila studenti dell’Università del Kent è partita una campagna di vaccinazione d’emergenza.
Il ceppo responsabile è il sierogruppo B, lo stesso che da anni domina la scena epidemiologica europea. Nel Regno Unito, il vaccino contro il MenB è stato introdotto nel 2015 per i neonati, ma chi era già adolescente in quegli anni è rimasto in una zona grigia, non coperta dai programmi né raggiunta da richiami successivi. È in quelle zone grigie che il batterio ha trovato la sua strada.
La vicenda inglese non è un caso limite né una fatalità geograficamente circoscritta. È il segnale di una fragilità più ampia, che riguarda l’intero continente. I dati di sorveglianza europei parlano chiaro: nel 2023 sono stati registrati quasi duemila casi di malattia meningococcica invasiva, un’incidenza in ripresa dopo il calo artificiale dovuto alle restrizioni pandemiche. Il batterio ha ripreso a circolare, e lo ha fatto in un contesto di minore protezione collettiva.
La malattia meningococcica, del resto, non ha perso nulla della sua “ferocia”. Il suo decorso clinico è tra i più rapidi e impietosi: dalle prime avvisaglie, spesso banali come un mal di testa o un po’ di febbre, alla sepsi fulminante possono trascorrere poche ore. Un ritardo diagnostico può segnare il confine tra la vita e la morte, o tra una guarigione completa e un’esistenza segnata da menomazioni permanenti. Le statistiche lo confermano: un caso su dieci è fatale, e tra i sopravvissuti una percentuale che può arrivare al 20% porta con sé danni neurologici, perdita dell’udito o amputazioni. Ogni caso che si verifica è una sconfitta, perché gli strumenti per prevenirlo esistono e sono a portata di mano.
Ciò che colpisce, nella geografia attuale della malattia, è lo spostamento del bersaglio verso la popolazione adolescente e giovane adulta. Non è il batterio ad aver mutato le sue preferenze, ma il contesto. I giovani vivono oggi in ambienti ad alta promiscuità, cioè aule universitarie, locali notturni, convivenze studentesche, che rappresentano il terreno ideale per la trasmissione. E in queste fasce d’età la protezione è disomogenea, frammentata, a tratti assente. Il risultato è un mosaico immunitario fragile, che il meningococco percorre senza incontrare resistenze.
Ma c’è un altro strato, più profondo e inquietante, in questa storia. Ed è la crisi silenziosa della fiducia. La pandemia ha lasciato in eredità non solo un virus, ma anche una diffidenza diffusa verso le istituzioni sanitarie e i loro messaggi. Cambi di rotta improvvisi, comunicazioni contraddittorie, litigi tra esperti in diretta televisiva: tutto questo ha incrinato il rapporto tra scienza e cittadini, soprattutto tra i più giovani. Proprio quella fascia d’età che oggi il meningococco sceglie come bersaglio privilegiato.
Quando la fiducia si incrina, la prevenzione vacilla. I vaccini, anche quelli più sicuri ed efficaci, vengono guardati con sospetto. L’evidenza scientifica non basta più se non è sostenuta da una relazione credibile tra chi la produce e chi dovrebbe beneficiarne. E così, paradossalmente, ci troviamo a combattere una battaglia contro un nemico noto con le armi spuntate dall’incomprensione e dal disinteresse. Il caso del sierogruppo B è emblematico: il vaccino esiste, ma la sua adozione è a macchia di leopardo, e troppi ragazzi ne restano esclusi.
La risposta istituzionale, di fronte a questi segnali, è quasi sempre reattiva. Il focolaio scoppia, e scattano gli antibiotici, le vaccinazioni d’emergenza, il monitoraggio rafforzato. Misure necessarie, ma palliative, perché non aggrediscono la radice del problema, la mancanza di una strategia strutturale e continuativa che mantenga alta la barriera immunitaria nel tempo, senza attendere l’emergenza per ricordarsi che il nemico è ancora lì.
L’orizzonte, se allarghiamo lo sguardo, non è più rassicurante. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che la meningite causi ancora nel mondo più di due milioni di casi e centinaia di migliaia di morti ogni anno. Se la malattia persiste anche nei paesi ad alto reddito dove gli strumenti per debellarla sono tutti disponibili, significa che il problema non è più soltanto medico, né tanto meno economico. È culturale, politico. È la difficoltà a mantenere viva l’attenzione su ciò che non fa più rumore, su ciò che il successo stesso della prevenzione ha reso meno visibile.
Il paradosso è proprio questo: più i vaccini funzionano, più le malattie diventano rare, e più ci dimentichiamo del pericolo. La percezione del rischio si affievolisce, e la prevenzione da dovere inderogabile si trasforma in opzione personale, negoziabile, talvolta trascurabile.
I batteri non conoscono tregua, non sanno aspettare che la nostra attenzione torni a posarsi su di loro. Semplicemente, quando le difese si abbassano, loro rientrano. Il morbillo, con le sue ricorrenti epidemie in contesti un tempo coperti, ce lo ha già mostrato. Ora è la meningite a seguire la stessa trama.
La scienza, in tutto questo, ha già scritto il suo finale. I vaccini ci sono. Le conoscenze cliniche sono solide. Il fatto che i casi continuino a verificarsi non dice nulla sulla nostra ignoranza, ma molto sulla nostra incapacità di trasformare la conoscenza in pratica, l’evidenza in protezione collettiva.
Resta una domanda, scomoda e necessaria. Siamo ancora in tempo per invertire la rotta? Probabilmente sì, ma la finestra si sta restringendo. Servono strategie vaccinali che raggiungano chi è rimasto indietro, e soprattutto un lavoro paziente e tenace per ricostruire quel tessuto di fiducia che la pandemia ha lacerato. Non sono misure accessorie, ma condizioni essenziali perché la prevenzione torni a essere ciò che non avrebbe mai dovuto smettere di essere: un pilastro non negoziabile della civiltà.
I patogeni non hanno bisogno di attenzione per diffondersi, hanno bisogno solo di un’opportunità. E negli ultimi anni siamo stati in grado di offrirgliela diverse volte.
Francesco Branda
Unità di Statistica Medica ed Epidemiologia Molecolare, Università
Campus Bio-Medico di Roma