Infermieri: meglio la laurea a 5 anni o la formula 3+2?

Infermieri: meglio la laurea a 5 anni o la formula 3+2?

Infermieri: meglio la laurea a 5 anni o la formula 3+2?

Gentile Direttore,
la collega infermiera Gostinelli ha suggerito di aumentare a 5 anni la formazione universitaria per la laurea in infermieristica. Le ragioni sono: contrastare la formazione regionale (leggasi: competenze avanzate delineate dalla Regione Veneto e non solo); portare “più cultura e meno tecnica”.
 
Sul primo aspetto direi che si sta discutendo anche troppo. Ricordo che di fatto abbiamo ormai un servizio sanitario regionale e non più nazionale. Questo sin dalla riforma del titolo V. Ed è praticamente come piangere sul latte versato. Avversare decisioni regionali in materia sanitaria è dura: se il principio taxation-representation vale, è indubbio che chi paga (e chiede tasse di conseguenza) è principalmente la Regione.
 
È ovvio aspettarsi che abbia volontà e di programmare le risorse materiali e umane, anche dal punti di vista della formazione. Insomma, lo stakeholder principale (la regione) tenta di migliorare in tempi rapidi divari e mancanze colmandoli come può.
 
Il discorso del costo delle risorse umane (che il dottor Venturi espose senza mezzi termini) non è una mera presa di posizione nè una cospirazione: è realpolitik.
 
Si invoca la concertazione con le altre professioni. Parliamoci chiaro: ci si è ignorati a vicenda per decenni. Ora la consulta delle professioni sanitariepotrebbe avere (celiando) il titolo “una nuova Speranza”. Ma tutta questa voglia di dialogo dovrebbe innanzitutto soppiantare la sudditanza attiva e passiva nelle nostre teste.
 
A me viene da attribuire parte della colpa alla formazione. Pochi atenei fanno incontrare in tirocinio e in aula medico, infermieri, ostetriche, fisioterapisti, tecnici etc. in modo pro-attivo. Ognuno fa la sua strada, senza contaminazioni (neppure informali!) che a qualcuno farebbero accapponare la pelle ma, come si dice…conosci il nemico, e se non puoi combatterlo, fattelo amico (ironicamente).
 
Questo sarebbe un vero passo avanti, a prescindere dal numero di anni di formazione. Personalmente, invidio la mole di competenze nei team multiprofessionali, e quante volte in cuor mio vorrei poter istruire gli studenti con accanto un altro professionista più esperto di me! Se parlo di parto eutocico imminente da gestire in ambulanza, vorrei tanto avere accanto un’ostetrica per offrire a me, al medico di emergenza territoriale, allo studente e soprattutto alla gravida la migliore competenza, ed è solo un esempio.
 
Il secondo punto è la diretta conseguenza del primo. La cultura è importante per ampliare gli orizzonti operativi e relazionali. Ma non vorrei che passasse il messaggio che la tecnica va trascurata. L’assistenza infermieristica è di natura tecnica, relazionale ed educativa: è la legge (DM 739/94).
 
È un tavolo che si regge su quelle tre gambe. Non si può prescindere o trascurare la tecnica. Mai. Sarebbe un passo indietro. Anzi, è proprio alle carenze tecniche dei miei studenti che spesso mi trovo a supplire come tutor dell’ultimo anno. Quelle relazionali sono già in pista. Certo la cultura va ampliata e rafforzata, ma in un’ottica interprofessionale già dalla formazione.
 
La prima ipotesi sarebbe di formare di più assieme i professionisti perché presentare dopo il conto del mancato dialogo è come cucire una relazione fra sconosciuti in coabitazione coatta.
 
Per quanti anni sarebbe utile studiare, di base? Il processo di Bologna ha delineato una base di 3 anni, cui aggiungere 2 di magistrale/specialistica. Per omogeneità europea, escludendo pochi cicli unici. Portare a 5 anni non-stop la formazione di base annichilisce lo schema 3+2. Ritengo invece giusto collocare nel +2 la parte di vera specializzazione (elettiva) secondo i dettami DM 739/94 mai realizzati, inerenti la formazione post-base nelle aree di sanità pubblica; pediatria; salute mentale; geriatria; area critica. 

In Belgio questo avviene nel 4º anno di formazione. 
 
La specialistica italiana attuale rischia di essere un esercizio teorico per pochi dirigenti e docenti, allontanati per sempre dal paziente: una perdita. 
 
Le diagnosi infermieristiche citate da Gostinelli sono purtroppo confinate alla formazione. Dopo…si corre! Chi ha tempo di pensare alla diagnosi e all’intervento infermieristico, ai problemi collaborativi e alla verifica? Solo un individuo super motivato ed efficiente. Ma siamo un team e dobbiamo interloquire – innanzitutto – fra infermieri. I semi della formazione forse germineranno, ma non scordiamo che la cultura vale se è dialogata. Come la tecnica vale se applicata e la relazione vale se vissuta consapevolmente. 
 
Ivan Favarin
Infermiere

19 Gennaio 2020

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