Infermieri. Prima di tutto siamo essere umani

Infermieri. Prima di tutto siamo essere umani

Infermieri. Prima di tutto siamo essere umani

Gentile direttore,
cosa vuol dire al giorno d’oggi essere autentici in quello che facciamo, nella quotidianità che passiamo con i colleghi, con gli ospiti, con le famiglie di questi. Quando guardiamo negli occhi una persona, qualunque essa sia, malata, sana, collega o superiore ed esprimiamo un concetto, un pensiero, un sentimento, siamo davvero autentici oppure ci facciamo inglobare e nascondere da quella nebulosa area di omertà che riempie i luoghi di lavoro, le case e i posti di dominio pubblico?

Perché non possiamo essere autentici in quello che pensiamo ma tutto deve essere passato al setaccio di parole fatte o frasi scontate? Basti pensare quante volte ci ritroviamo a dire ai nostri pazienti le frasi del tipo: “abbia pazienza”, “stia tranquilla”, “vedrà che andrà tutto bene”. Ma come facciamo ad affermare ciò, utilizzando un potere di posizione e di divisa rispetto al paziente che inerte con occhi speranzosi e colmi di richiesta d’aiuto si convince da quanto noi gli abbiamo detto, se noi stessi non possiamo sapere come proseguirà l’attimo successivo a quello che stiamo vivendo. Siamo rinchiusi in un limbo fatto di routine e di quotidianità che tanto ci piace perché non ci fa riflettere sul presente, sul momento che viviamo, non ci fa percepire il contorno a noi stessi.

Come sarebbe bello un mondo dove ognuno di noi Professionista, e persona in primis, potesse sentirsi libero di esprimersi come lui stesso vuole e si sente di fare, sempre nel rispetto e nella conformità che ci definisce Professionista, ma con la coerenza tra mente e anima. Un mondo lineare dove davvero le entità più limpide senza falsi costruzioni emergerebbero, dove l’autenticità farebbe da padrone e dove i cattivi sotterfugi sarebbero messi in luce proprio da noi Professionisti beniamini di un modus operandi lineare e aperto. Siamo concentrati sulla clinica, sul dover e il saper far bene, ma così facendo non ci accorgiamo che ci stiamo allontanando da quello che più ci dovrebbe affascinare: l’intelletto.

Qualsiasi macchina può essere ben preparata ed efficiente, sostituibile ad un umano, andremmo ad abbattere così, un’elevata percentuale di possibilità di errore dovute a una sfera non palpabile ma immensa nell’amore e nella sua complessità, che racchiusa in una parola si chiama: anima. Un Professionista non è composto da tanti pezzi di puzzle come una macchina, all’interno non ci sono ingranaggi, ma una vastità di sfaccettature che saranno solo e soltanto proprie. Quella persona, quel Professionista è così perché solo lui ha nel su io quelle meravigliose sfumature.

Pongo queste riflessione a tutti i colleghi che si trovano ogni giorno a dare risposte che non vorrebbero dare ma che sentono dentro di sé quella gran voglia di urlare al mondo intero che per loro questo non è essere infermieri; invito tutti i colleghi che fra i denti o fra “colleghi-amici” si confidano davvero quello che pensano del mondo lavorativo, delle realtà che vivano con così tanta sofferenza, umiliazione e frustrazione che in attimi di vita difficili mettono addirittura in dubbio la scelta di studi fatta. Non dobbiamo accettare che altri ci usino o utilizzino la nostra Professione senza averci chiesto se siamo d’accordo, che cosa vogliamo che sia l’Infermiere del Futuro? Cosa vogliamo essere nel mondo della Sanità di domani?

Uniamo la mente e l’anima e con l’equilibrio ottenuto proiettiamoci verso l’obiettivo e non facciamo sì che altri ci pongano orizzonti; la vista è limitata, gli occhi interiori non presentano limiti.

Elisa Ardori
Infermiera Libera Professionista
Studio Auxilium
Consulente Fondazione Turati

03 Marzo 2015

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