Interoperabilità dei dati clinici, serve il coinvolgimento dei professionisti per garantire sicurezza e continuità delle cure

Interoperabilità dei dati clinici, serve il coinvolgimento dei professionisti per garantire sicurezza e continuità delle cure

Interoperabilità dei dati clinici, serve il coinvolgimento dei professionisti per garantire sicurezza e continuità delle cure

Gentile Direttore, ogni giorno, in ogni ASL d'Italia, si ripete la stessa scena: un paziente arriva al Pronto Soccorso e il medico di guardia non ha accesso alla sua storia clinica. Un medico di base apre il gestionale dopo la dimissione di un assistito e non trova nulla

Gentile Direttore, ogni giorno, in ogni ASL d’Italia, si ripete la stessa scena: un paziente arriva al Pronto Soccorso e il medico di guardia non ha accesso alla sua storia clinica. Un medico di base apre il gestionale dopo la dimissione di un assistito e non trova nulla. Un referto esiste da qualche parte, in qualche sistema, ma non raggiunge chi ne ha bisogno nel momento in cui serve. Le informazioni cliniche ci sono – semplicemente non viaggiano insieme al paziente.

Questo ha un nome: mancanza di interoperabilità. E non è un problema informatico. È un problema di sicurezza del paziente e di qualità dell’assistenza.

L’Italia sta investendo come mai prima d’ora per risolverlo. Il FSE 2.0, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, lo standard internazionale HL7 FHIR scelto per il nuovo Ecosistema Dati Sanitari, l’allineamento con lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari (EHDS): sono tutti pezzi di una trasformazione strutturale che ha l’ambizione di far viaggiare i dati clinici insieme al cittadino, su tutto il territorio nazionale e, presto, in tutta Europa.

Ma questa trasformazione non può riuscire senza i clinici.

Valgano due sollecitazioni concrete rivolte a tutti i professionisti sanitari del SSN – medici, psicologi, infermieri.

La prima: chiedersi se i sistemi informatici che utilizziamo ogni giorno parlano la stessa lingua. Quando un software gestionale non esporta i dati in formato standard (HL7 FHIR), quando non si integra con il Fascicolo Sanitario Elettronico, quando crea un silos informativo, non è solo un inconveniente tecnico. È una questione che incide sulla qualità dell’assistenza e sulla sicurezza dei pazienti. Anche un semplice feedback da parte dei professionisti sanitari – segnalare una criticità, proporre che i requisiti di interoperabilità entrino nei capitolati d’appalto – può fare la differenza nel superare abitudini consolidate che, pur comprensibili, producono discontinuità nella cura.

La seconda: interessarsi. L’interoperabilità è troppo importante per lasciarla solo agli informatici. Servono clinici che capiscano il valore dei dati strutturati, che partecipino alla definizione degli standard, che portino la prospettiva del paziente dentro le scelte tecnologiche. Oggi le specifiche tecniche del FSE e della telemedicina vengono scritte in tavoli dove la voce dei clinici è spesso assente o marginale. Eppure, sono proprio loro a sapere cosa serve al letto del paziente, nell’ambulatorio, nella visita domiciliare.

Il percorso italiano è ambizioso e non è privo di ostacoli — venti sistemi regionali diversi, gap semantici, disparità nella maturità digitale tra Nord e Sud. Non è un percorso finito: è una trasformazione in corso. Ma la direzione è chiara, l’investimento del PNRR è senza precedenti, e lo standard HL7 FHIR è scelto.

Quello che ancora manca è la consapevolezza diffusa tra i professionisti sanitari che questa partita li riguarda in prima persona. Non come spettatori di un cambiamento tecnologico, ma come protagonisti di un cambiamento culturale.

Un referto caricato oggi nel FSE potrebbe salvare una decisione clinica domani. Un clinico che alza la mano e chiede “perché questo sistema non parla con gli altri?” sta facendo un atto di tutela del paziente.

L’interoperabilità non è un affare da informatici. È un affare di chi cura.

Marco Pingitore
Dirigente Psicologo ASP Cosenza
Italy Ambassador, Hospitals on FHIR (HL7 Europe)

23 Marzo 2026

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