L’Inps se la prende con i più deboli

L’Inps se la prende con i più deboli

L’Inps se la prende con i più deboli

Gentile Direttore,
le persone con grave disagio mentale con una invalidità tra il 74% e il 99%, di età compresa tra i 18 e i 67 anni, insieme a tutte le altre con diverse disabilità, dal 14 ottobre 2021 per continuare ad avere diritto all’assegno economico, non possono più svolgere nessuna attività lavorativa retribuita, con un grave vulnus per i percorsi di inclusione sociale.
 
È quanto risulta dalla lettura del recente Messaggio n. 3495 dell’INPS del 14/10/2021 nel quale sulla base di diverse pronunce della Corte di Cassazione si afferma che lo svolgimento dell’attività lavorativa, a prescindere dalla misura del reddito ricavato, preclude il diritto al beneficio all’assegno per invalidi civili parziali (287,09 euro al mese per 13 mensilità), prima consentito con l’iscrizione alle liste del collocamento mirato.
 
La decisione dell’INPS, seppur motivata da una giurisprudenza di legittimità, dopo cinquanta anni di interpretazione più estensiva della legge sulla invalidità civile del 118/1971, cade in un contesto generale pandemico che ha aggravato la situazione di disagio psichico, che ancor più necessiterebbe di interventi finalizzati a contrastare l’isolamento e a implementare le reti sociali.
 
In precedenza, erano autorizzati piccoli lavori entro il limite di 4.931 euro annui (circa 400 euro al mese) senza perdere l’assegno. Questo consentiva di superare una concezione puramente assistenzialista e, in particolare per le persone con grave disagio mentale con basso reddito familiare, permetteva lo svolgimento di attività lavorative, anche attraverso la cooperazione sociale di tipo B, di grande rilevanza nei percorsi di recovery.
 
L’integrazione tra il beneficio economico dell’assegno di invalidità e la possibilità di effettuare una attività lavorativa, anche di lieve entità, può consentire una più ampia progettualità di vita e di costruzione di relazioni.
Peraltro, la pensione riconosciuta per una invalidità totale e permanente del 100% rimane giustamente compatibile con l’eventuale attività lavorativa, così come la stessa indennità di accompagnamento.
 
Adesso, se non ci saranno i necessari interventi normativi anche in riferimento alle leggi n. 118/1971 e 247/ 2007 che hanno regolamentato la materia delle provvidenze a favore dell’invalidità civile, si rischia l’improvvisa interruzione o dell’attività lavorativa o della percezione dell’assegno di invalidità determinando comunque un profondo disagio per gli utenti e per i familiari.
 
Il Messaggio dell’INPS impone una scelta obbligata che rappresenta un passo indietro per chi crede in una visione complessiva bio-psico-sociale della malattia mentale e più in generale in una ottica di inclusione sociale e non di istituzionalizzazione delle persone più fragili.
In questi giorni gli utenti e le famiglie prendendo coscienza di questa situazione stanno vivendo una situazione di allarme e di disagio che rischia di aggravare le problematiche personali e familiari.
 
Pertanto, sarebbe, necessario un urgente intervento delle istituzioni e della politica, come peraltro già chiesto da diverse associazioni e dal sindacato, anche in riferimento alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, da dodici anni diventata legge.
Si tratta, in conclusione, di consentire sempre la possibilità di svolgere attività lavorative alle persone più fragili che hanno bisogno non solo di assistenza ma di percorsi di autonomia e di interventi integrati, anche attraverso il budget di salute.
 
Massimo Cozza
Psichiatra, Direttore Dipartimento di Salute Mentale ASL Roma 2

25 Ottobre 2021

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