La desertificazione della Medicina Trasfusionale

La desertificazione della Medicina Trasfusionale

La desertificazione della Medicina Trasfusionale

Gentile Direttore,
del tutto giustamente, la dott.ssa Mirka Cocconcelli sottolineava ieri il grave problema della carenza di chirurghi negli ospedali, problema anche dalla Sua testata più volte richiamato. La Collega concludeva il suo articolato ed a tratti accorato intervento con le parole “La profezia dice che ne rimarrà uno solo, non di Highlander, ma di chirurghi!”.
 
Ebbene, quel giorno l’unico chirurgo rimasto rischia, quando avrà necessità di richiedere trasfusioni per i suoi, presumo, moltissimi pazienti, di non trovare neppure un ultimo “Highlander trasfusionista” pronto (come sempre finora) ad accogliere la sua richiesta ed assegnare gli emocomponenti che serviranno. Rischia, quel giorno che temiamo non troppo lontano, di non trovare nessuno quando chiamerà il Servizio Trasfusionale.

Le statistiche ufficiali purtroppo non ce lo dicono: lo strumento di rilevazione delle attività trasfusionali (SISTRA), Sistema Informativo dei Servizi Trasfusionali) dovrebbe riportare un quadro attuale della situazione del personale in tutte le strutture trasfusionali del Paese, ma l’aggiornamento dei dati da parte delle regioni è di norma annuale, e non sempre riesce a tener dietro a quanto sta oggi succedendo e di cui abbiamo conoscenza dai nostri associati: concorsi deserti, estrema carenza di specialisti nelle discipline che consentono l’accesso alla Medicina Trasfusionale, le poche graduatorie attive “cannibalizzate” e presto esaurite, i pochi trasfusionisti superstiti in grave difficoltà a garantire le attività necessarie, l’aumento costante dell’età media dei colleghi in servizio, i sempre più frequenti pensionamenti, anche anticipati ed anche in molti ruoli apicali, l’aumento esponenziale di strutture che restano quindi “acefale” e con pochissimi trasfusionisti.
 
Mi auguro che i dati di SISTRA vengano aggiornati e tornino a rispecchiare la realtà, in modo che anche il Centro Nazionale Sangue abbia un quadro realisitico ed attuale della gravissima situazione e possa rappresentarla ufficialmente alle autorità per iniziare prontamente un percorso di correzione: altrimenti è chiaro quali rischi siano in gioco.

Certamente la desertificazione della Medicina Trasfusionale ha molte cause: la generale carenza di specialisti, la scarsa conoscenza della disciplina da parte dei giovani medici (non si parla di essa nel corso di laurea), la mancanza di una specializzazione nella disciplina (i trasfusionisti provengono da altre specializzazioni quali patologia clinica o ematologia), la conseguente scarsa conoscenza e quindi attrattività della Medicina Trasfusionale da parte di coloro che hanno scelto altri percorsi di specializzazione e pensato ad altre carriere.

Ma dalla presenza, non vicariabile, dei trasfusionisti, ed estendendo, dei medici addetti alle unità di raccolta del sangue diffuse capillarmente sul territorio, dipende la costante disponibilità di emocomponenti per le necessità trasfusionali e del plasma necessario a garantire farmaci emoderivati salvavita.
 
Non si può parlare di programmi di autosufficienza di sangue e di farmaci plasmaderivati, quindi, se non si affronta subito il problema della carenza dei medici, né si può parlare seriamente di garantire i LEA di Medicina Trasfusionale previsti dalla legge 219 del 2005 prescindendo dalle risorse necessarie.
Problemi complessi non hanno mai soluzioni semplici: ma il primo passo è sempre quello di prenderne coscienza.

Pierluigi Berti
Presidente
SIMTI – Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia 

11 Dicembre 2018

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