La infrastruttura costituzionale del welfare: la funzione dei Livelli Essenziali di Comunità

La infrastruttura costituzionale del welfare: la funzione dei Livelli Essenziali di Comunità

La infrastruttura costituzionale del welfare: la funzione dei Livelli Essenziali di Comunità

Gentile Direttore, i Livelli Essenziali di Comunità servono a ricomporre la frattura tra sanità e assistenza sociale, superando un welfare basato sulle competenze per costruirne uno centrato sulla persona, con il Comune come luogo naturale di sintesi dei bisogni.

Gentile Direttore,

la discussione sui Livelli Essenziali di Comunità (LEC) non riguarda soltanto l’introduzione di una nuova categoria di prestazioni sociali. Essa apre una riflessione ben più ampia sul modo in cui la Repubblica organizza la tutela delle persone e rende effettivi i diritti sociali garantiti dalla Costituzione.

Negli ultimi decenni il sistema italiano ha costruito livelli essenziali differenziati: i LEA hanno assicurato il nucleo incomprimibile del diritto alla salute, mentre i LEP sono destinati a garantire l’uniformità delle prestazioni civili e sociali sull’intero territorio nazionale. Rimane tuttavia irrisolta la questione decisiva: chi assicura che tali diritti si traducano in un percorso unitario di presa in carico della persona?

È proprio in questo spazio che i Livelli Essenziali di Comunità potrebbero trovare la loro ragion d’essere. Essi non costituirebbero un semplice completamento dell’attuale sistema, ma rappresenterebbero l’occasione per ricomporre una frattura che da molti anni caratterizza il welfare italiano: quella tra sanità e assistenza sociale.

L’organizzazione pubblica ha infatti seguito percorsi paralleli. Da una parte il Servizio sanitario nazionale, progressivamente regionalizzato e affidato alle aziende sanitarie; dall’altra il sistema comunale dei servizi sociali, spesso costretto ad operare con risorse limitate e con strumenti organizzativi non sempre coordinati con quelli sanitari. Il risultato è noto: le istituzioni sono divise mentre i bisogni delle persone rimangono unitari.

Nessuna condizione di fragilità può essere affrontata esclusivamente sotto il profilo sanitario o soltanto attraverso l’assistenza sociale. L’anziano non autosufficiente, il disabile, il paziente cronico, il minore in difficoltà, la famiglia fragile esprimono contemporaneamente esigenze cliniche, assistenziali, educative, abitative e relazionali. Separare tali dimensioni significa costruire percorsi amministrativamente ordinati ma sostanzialmente incompleti.

I Livelli Essenziali di Comunità potrebbero quindi rappresentare il criterio attraverso il quale ricondurre ad unità l’intervento pubblico, promuovendo una governance fondata sulla continuità assistenziale, sull’integrazione sociosanitaria e sulla prossimità territoriale.

In questa prospettiva emerge con particolare evidenza il ruolo del Comune. Non perché debbano essere trasferite ad esso competenze proprie delle aziende sanitarie o delle Regioni, ma perché esso costituisce il livello istituzionale nel quale la comunità vive quotidianamente i propri bisogni e nel quale l’amministrazione incontra direttamente la persona.

La centralità del Comune trova fondamento nella stessa architettura costituzionale. L’organizzazione dei servizi sociali rientra tra le sue funzioni fondamentali e il Sindaco continua a rappresentare l’autorità sanitaria locale, funzione che, pur profondamente evoluta rispetto alle origini storiche, conserva un valore essenziale nella tutela della salute collettiva, nella prevenzione e nella gestione delle emergenze.

Questa duplice responsabilità attribuisce al Sindaco una posizione istituzionale che nessun altro livello di governo possiede: rappresentare la comunità locale e, nello stesso tempo, concorrere alla protezione della salute pubblica. È proprio questa convergenza che rende il Comune il naturale punto di sintesi di un welfare realmente integrato.

I LEC non dovrebbero dunque limitarsi a definire prestazioni ulteriori, ma individuare il luogo istituzionale nel quale le diverse politiche pubbliche convergono. Sanità territoriale, servizi sociali, scuola, Terzo settore, volontariato, protezione civile e reti familiari dovrebbero concorrere alla costruzione di un unico progetto assistenziale, modellato sulle esigenze concrete della persona.

Ciò significherebbe superare definitivamente una cultura amministrativa fondata sulla sommatoria delle competenze, sostituendola con un modello organizzativo centrato sulla presa in carico globale. Il diritto non sarebbe più soltanto formalmente garantito, ma concretamente esercitabile all’interno della comunità nella quale il cittadino vive.

L’attuazione di questa prospettiva potrebbe essere avviata anche senza attendere una disciplina legislativa statale. Le Regioni dispongono infatti degli strumenti necessari per promuovere programmi sperimentali, definendo modelli organizzativi territoriali omogenei e verificandone progressivamente l’efficacia.

La sperimentazione dovrebbe tuttavia evitare di riprodurre gli attuali assetti amministrativi. Ambiti sociali e distretti sanitari non coincidono sempre con la geografia reale delle fragilità. Sarebbe preferibile costruire aree funzionali organizzate intorno ai bisogni prevalenti delle comunità: non autosufficienza, disabilità, salute mentale, cronicità, dipendenze, povertà, marginalità, tutela dell’infanzia, sostegno familiare e domiciliarità.

Neppure tali aree dovrebbero risultare identiche su tutto il territorio nazionale. Le condizioni epidemiologiche, demografiche e sociali della Calabria sono profondamente diverse da quelle della Lombardia, del Molise o delle grandi città metropolitane. L’eguaglianza sostanziale non richiede uniformità organizzativa, ma capacità di adattare gli strumenti ai bisogni effettivi delle popolazioni, garantendo ovunque la medesima intensità dei diritti fondamentali.

In tale prospettiva i Livelli Essenziali di Comunità assumerebbero anche una rilevante funzione di innovazione amministrativa. Le sperimentazioni consentirebbero di misurare gli effetti dell’integrazione attraverso indicatori verificabili: riduzione delle ospedalizzazioni evitabili, incremento della domiciliarità, minore istituzionalizzazione delle persone fragili, miglioramento della qualità della vita e rafforzamento della coesione sociale.

Il valore dei LEC risiederebbe, dunque, non tanto nella definizione di nuovi diritti quanto nella capacità di rendere realmente esigibili quelli già riconosciuti dall’ordinamento. Essi rappresenterebbero il passaggio da un welfare costruito sulle competenze ad un welfare costruito sulle persone, restituendo al Comune il ruolo di prima infrastruttura costituzionale della solidarietà repubblicana e facendo della comunità il luogo nel quale la Costituzione realizza quotidianamente la propria promessa di uguaglianza sostanziale.

Ing.  Iole Fantozzi
Dirigente generale del Dipartimento Welfare della Regione Calabria

13 Luglio 2026

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