La notte buia (Covid-19) e il vento freddo (Pnrr)

La notte buia (Covid-19) e il vento freddo (Pnrr)

La notte buia (Covid-19) e il vento freddo (Pnrr)

Gentile Direttore,
spira un vento freddo in questo autunno che prova a chiudere il secondo anno di pandemia da Covid-19 alle prese con la necessità di controbilanciare i danni prodotti dal virus. Sotto la spinta di ingiunzioni, divieti, distanziamenti, del ridondante e quotidiano aggiornamento dei numeri dei decessi, la prima fase dell’emergenza globale aveva indotto il mondo della sanità a guardarsi dentro, rimarcando la necessità di spingere sul fronte dell’umanizzazione delle cure, dandoci l’illusione del ridimensionamento della cornice teorica riduzionista così tanto accorsata negli anni immediatamente precedenti la pandemia. Ora sembra di assistere ad un nuovo viraggio verso il trionfo del tecnico, come se da operatori della sanità non avessimo atteso altro, per completare lo stemperamento dell’auto-biasimo da carenze e errori, di un ritorno alla negazione della singolarità dell’altro come volto unico e distinto.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) include sei pacchetti di riforme tra le quali “Salute”. Il faro che avoca a sé tutta una serie di differenti istanze è il modello “One Health” ossia: «un approccio alla progettazione e all'attuazione di programmi, politiche, legislazione e ricerca in cui più settori comunicano e lavorano insieme per ottenere risultati migliori in materia di salute pubblica.» (Fonte: https://www.who.int/news-room/q-a-detail/one-health).

Per tutelare la salute di un’intera popolazione non è sufficiente -sebbene auspicabile, ndr – avere a disposizione personale sanitario preparato, capace di fare diagnosi e di applicare i più efficaci trattamenti, serve anche assegnare il giusto peso al ruolo che comportamenti individuali, condizioni di vita e di lavoro, disuguaglianze interne alla società, interazioni hanno sulla salute delle persone (CSDH, 2008).

One Health, abbiamo un problema!
Il diritto alla salute chiede a gran voce un’organizzazione sanitaria accessibile a tutti e da tutti partecipata, chiede il rispetto delle norme e una prevenzione, promossa e veicolata anche attraverso modi appropriati di vivere e lavorare, come sancito da Carte Internazionali sottoscritte anche dal nostro Paese, dalla cultura europea di welfare state nonché dalla visione multisettoriale contenuta nella Dichiarazione di Alma Ata.

Nel definire la salute come un diritto, si riconosce – e non potrebbe essere altrimenti – la necessità di un comune impegno sociale utile al superamento della deprivazione che crea iniquità di salute e alle scelte responsabili (Bartley e Plewis, 2002).

La cura è un diritto non una oblativa catena di montaggio. È, dunque, gesto, pratica, saperi, memoria. «Prendersi a cuore qualcuno significa tenerlo distante da ogni tensione assimilativa che annichilirebbe la sua resistenza, tenerlo al di fuori di ogni conoscenza che misura l’altro sulla base di misure già decise. Il prendersi a cuore è innanzitutto un saper essere mancanti di misure già date dell’esserci dell’altro; detto altrimenti “è desiderio dell’assolutamente altro”.» (Mortari, 2006, p. 190).

Sarebbe interessante indagare, oggi, che tipo di percezione ricavano i pazienti dai servizi del sistema sanitario dopo le fasi più critiche della pandemia.

Riscontrando con buona approssimazione che non siamo alla versione migliore di noi da singoli cittadini, rispetto ai servizi si può riscontrare una progressione realmente percepibile da parte di quanti per bisogno si rivolgono agli stessi? La relazione tra curanti e pazienti è definibile generativa di benessere e capace di risposte soddisfacenti? Quanto è agevole l’accesso ai servizi ospedalieri e/o territoriali?

Gli operatori della sanità sono oggi in grado di tradurre vecchie e nuove sofferenze, dando per metabolizzate le proprie? «…dobbiamo guardarla da una prospettiva motivazionale anziché da una prospettiva tecnica.» (Spitzer, 1996)

Ho l’impressione spiri un vento freddo…
Se così fosse, spingere sull’acceleratore della digitalizzazione (high e/o low tech), del lavoro da remoto, delle relazioni più tecniche davvero basterebbe anche solo a non farci rimpiangere la sanità pre-Covid?

È necessario investire di più sui curanti per non ritrovarsi con una sanità feticista avvallata dalla pericolosa convinzione che l’universalizzazione tecnologica possa garantire ordine e produttività. La pianificazione e l’amministrazione sono voci indispensabili ma non si può ripartire esclusivamente richiamando da una parte la necessità di nuovi organi rappresentativi e dall’altra la rimozione del divario digitale.
Se dalla pandemia non sono uscite persone migliori non lo saranno neanche gli operatori e i pazienti.

La sanità è cura ma anche relazione, pratiche ma anche saperi, futuro ma anche recupero di quella memoria dei servizi che è andata persa con quanti, in assenza di turn over, ad oggi non sono stati ancora rimpiazzati ma non sono già più nella condizione di trasmetterla agli attesi nuovi assunti.
Questi arriveranno anche grazie al PNRR, con titoli altisonanti nel curriculum ma con un know-how del quale, senza relazione con chi li ha preceduti, non saranno in grado di appropriarsi mai completamente così come in assenza di un contatto diretto con la platea delle persone che di quei servizi si servono (o vorrebbero farlo).

Nell’eterogenesi dei rischi – variando la formula di Wundt – il pericolo che il tentativo di rivisitazione del SSN dovrebbe scongiurare è che l’ontologia della relazionalità resti smarrita in una notte buia il cui vento freddo continua a spirare nonostante l’apparente e generale entusiasmo.
Il sogno di una sanità nuova, efficace ed efficiente potrebbe essere neutralizzato dal gran bisogno ignorato di una sanità realistica, accogliente e relazionale.
Era una notte meno buia ma non poteva ancora dirsi alba.

Anna Paola Lacatena
Sociologa e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” della Società Italiana delle Tossicodipendenze (SITD)

Bibliografia
CSDH. Closing the gap in a generation: health equity through action on the social determinants of health. Final Report of the Commission on Social Determinants of Health. Geneva, World Health Organization, 2008
Bartley M, Plewis I. Accumulated labour market disadvantage and limiting long-term illness. International Journal of Epidemiology, 2002, 31:336-341
Mortari L., La pratica dell’aver cura, Mondadori, Milano, 2006
Spitzer D. R., La motivazione: un fattore trascurato nella progettazione didattica, in “TD – Rivista di Tecnologie Didattiche”, n.11, 1996.

05 Novembre 2021

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