La riforma che non c’è (mai) stata. Considerazioni di un Medico di Assistenza Primaria

La riforma che non c’è (mai) stata. Considerazioni di un Medico di Assistenza Primaria

La riforma che non c’è (mai) stata. Considerazioni di un Medico di Assistenza Primaria

Gentile Direttore, la riforma dell’assistenza territoriale non c’è. Non perché il Ministro Schillaci ha ritirato la discutibilissima bozza di decreto (suggerita dalle Regioni Lombardia e Lazio). Ma perché nessuno ha mai voluto farla davvero....

Gentile Direttore,
la riforma dell’assistenza territoriale non c’è. Non perché il Ministro Schillaci ha ritirato la discutibilissima bozza di decreto (suggerita dalle Regioni Lombardia e Lazio). Ma perché nessuno ha mai voluto farla davvero.

Per un motivo semplice ma che tutti fingono di non vedere: le Case di Comunità raccontate da politici e media non esistono.

Le Case di Comunità immaginarie
Per mesi abbiamo sentito raccontare le Case di Comunità come delle strutture costruite con grandi sforzi grazie ai prestiti UE, eppure rimaste vuote e che, per essere salvate, aspettano che i medici di famiglia, riluttanti, ci trasferiscano i propri studi. Strutture talmente importanti da essere la base di una vera riforma delle cure primarie, perché in grado di permettere finalmente ai medici di lavorare in team, di garantire una presa in carico multidisciplinare dei pazienti, di arginare gli accessi impropri al Pronto Soccorso.

Ecco, non c’è niente di più falso di questa descrizione. Qualcuno lo dovrà pur dire.

Le Case di Comunità immaginarie, quelle che avrebbero dovuto diventare il luogo di lavoro dei medici di famiglia accanto a infermieri, assistenti, sociali, psicologi di cure primarie e associazioni di volontariato, queste Case non sono mai state costruite né previste. Non esistono.

Per realizzare questo modello, di cui molti vaneggiano senza cognizione, avrebbero dovuto essere costruite delle Case di Comunità diffuse, una ogni 10-15.000 abitanti, con gli spazi necessari per ospitare 7-10 studi medici, il loro personale amministrativo e infermieristico oltre a tutti gli altri attori dell’assistenza territoriale.

Le Case di Comunità reali
Ma le Case di Comunità esistenti, quelle reali, sono tutt’altra cosa.
Almeno qui in Lombardia, da dove scrivo, spesso non sono altro che i vecchi distretti ASL un po’ ristrutturati. E sono già piene di gente che ci lavora (ci lavorava già prima), con qualche servizio in più.

Sono strutture ribattezzate “Case di Comunità”, sono poche e lontane dai cittadini (una ogni 50.000 abitanti!) e non hanno neanche lontanamente gli spazi necessari per diventare il luogo di lavoro dei medici di famiglia associati in team. Al massimo hanno 3-4 studi disponibili, nella maggior parte meno. Quando per diventare il luogo di lavoro dei medici, con questi numeri, sarebbero serviti, per ogni Casa di Comunità, da 20 a 35 studi con locali di servizio annessi (ammesso che abbia senso concentrare l’attività di tanti medici in così poche strutture e così distanti, tanto più nei territori montani). Insomma nelle Case di Comunità non c’è posto per i medici di famiglia. Non è che i medici non ci vogliono andare. semplicemente non possono.

La politica ha scelto di utilizzare i soldi del PNRR per ristrutturare vecchi edifici pubblici invece che per creare gli spazi per ospitare i medici e riformare davvero l’assistenza primaria. Evidentemente lo riteneva più importante e più strategico.

Allora cosa faranno i medici nelle Case di Comunità?
Data l’esigua disponibilità di spazi, tutto quello che potranno offrire i MMG nelle strutture esistenti è un servizio a turno con 1-2 medici per 50.000 abitanti (ad esempio una guardia medica H24 al posto di quella già esistente che è H24 nei festivi e prefestivi e H12 nei giorni feriali). Quindi questa grande innovazione dell’assistenza territoriale potrebbe consistere nel potenziamento della guardia medica. Tutto qui.

Ma perché allora questa insistenza nel voler portare qualche medico nelle Case di Comunità?
Si abbia almeno il coraggio di ammetterlo: il motivo attuale è unicamente non perdere fondi PNRR (quelli utilizzati per ristrutturare i vecchi edifici), visto che la presenza dei medici H24 era un requisito previsto.

La maggior parte dei medici avrebbe voluto più Case di Comunità, non meno. Avrebbe voluto che queste diventassero i loro studi, accanto agli altri attori dell’assistenza territoriale. La maggior parte dei medici chiede più integrazione, più lavoro multidisciplinare, più condivisione, non meno. Sindacati compresi.

Ma non si può lasciar credere che la presenza di 1 o 2 medici al giorno in una struttura per 50.000 abitanti possa avere un senso o un qualche effetto sull’assistenza primaria.
Quale è il progetto serio di riforma dell’assistenza territoriale?
Sarebbe servito un numero 5 volte superiore di Case di Comunità, vere, con gli spazi per gli studi dei medici di famiglia. Che non si sono volute realizzare.

Cosa succederà ora?
Alla fine in qualche modo i medici la garantiranno ugualmente questa presenza a turno in queste strutture, per senso di responsabilità nei confronti del Paese, togliendo del tempo ai loro pazienti, per andare a fare qualcosa (che ancora non si sa).

E se vorranno associarsi continueranno a farlo da soli, cercandosi spazi in affitto nel mercato immobiliare privato, lontano dagli altri attori dell’assistenza territoriale.

Ma si risparmi almeno la narrazione stucchevole dei medici che si oppongono ai cambiamenti, dei sindacati che sarebbero delle lobby, delle Case di Comunità che ridurrebbero gli accessi al Pronto Soccorso, delle virtuose Regioni che vorrebbero davvero innovare l’assistenza territoriale o del Ministro della Salute solo contro tutti come don Chisciotte.

Chiediamo almeno il rispetto della nostra intelligenza.

Marco Cremaschini

09 Luglio 2026

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