La sanità convenzionata non riduce le liste d’attesa

La sanità convenzionata non riduce le liste d’attesa

La sanità convenzionata non riduce le liste d’attesa

Gentile Direttore,
in occasione dei 40 anni dell’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale desideravo esternare un pensiero. La legge del 23 dicembre del 1978 n.833, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, non è stata solo una riforma del servizio sanitario, ma un vero e proprio progetto sociale. Essa prevedeva una presa in carico della salute nella sua totalità spaziando, forse unico paese al mondo, nei vari ambiti dei determinanti della salute (sociale, comportamentale, ambientale, alimentare, lavorativo).
 
Oggi però a prevalere sono i determinanti commerciali della salute. I loro portatori d’interesse, consapevoli di agire in un mercato potenzialmente infinito, condizionano i media, quando non li detengono. Ne deriva una narrazione a senso unico che plasma le menti. Inoltre, tramite i loro gruppi di pressione condizionano le decisioni politiche che sempre più favoriscono la sanità “integrativa” (in realtà sostitutiva). Tuttavia, a fronte di una sempre maggiore privatizzazione della sanità, le proposte salvifiche si stanno rivelando ingannevoli e si ritorcono contro i loro propugnatori.
 
Un esempio è la promessa di ridurre le liste d’attesa. In Lombardia, regione che più di altre esternalizza i servizi, le liste d’attesa sono sempre più lunghe.
 
Si tratta della conferma che la sanità, a partire da quella “convenzionata”, non riduce le liste d’attesa semplicemente perché aumenta il consumismo sanitario. E non si riduce neanche la spesa sanitaria complessiva, come d’altronde dimostrato nei paesi dove prevale la sanità “integrativa”.
 
A questo Paese serve una politica illuminata che prenda atto della realtà: la sanità integrativa (di fatto sostituiva/duplicativa) non risolve i problemi, li peggiora.
 
A questo Paese serve informare i cittadini in maniera onesta. Ad esempio, quanti sono i cittadini a conoscenza del fatto che il benefit del welfare aziendale sostituisce l’aumento dello stipendio penalizzando l’ammontare del TFR e del monte pensione? Se ne fossero consapevoli, non aderirebbero con tanto entusiasmo alla proposta del datore di lavoro che ne trae il vantaggio fiscale. I sindacati dei lavoratori sono consapevoli di questo autogoal?
 
Nick Sandro Miranda

14 Gennaio 2019

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