Gentile Direttore,
che il maggior quotidiano economico nazionale, Il Sole 24 Ore, dedichi una riflessione alla medicina generale territoriale (“Io medico di famiglia in Casa di Comunità ci vado per scelta non per obbligo”, di Tullia Mastropietro, 12 luglio 2026) è un fatto che merita attenzione. Potrebbe indicare che la questione ha ormai superato il dibattito professionale: riguarda la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale, la coesione sociale e territoriale, la professione medica e la capacità delle istituzioni di governare il cambiamento.
Il nodo più difficile sembra essere l’impossibilità di superare equilibri consolidati. Il Titolo V, nato per valorizzare l’autonomia territoriale, ha progressivamente costruito una rete complessa di responsabilità, interessi e livelli decisionali che rischia di ostacolare il passaggio da una sanità organizzata secondo logiche istituzionali a una sanità progettata a partire dai bisogni delle persone.
Le riflessioni apparse sul quotidiano economico richiamano un tema già affrontato su Quotidiano Sanità nell’articolo “La medicina generale territoriale e il paradosso delle riforme” (16 giugno 2026), dove si evidenziavano alcune antinomie: il sistema sanitario sembra faticare non solo a progettare l’innovazione, ma soprattutto a riconoscere e valorizzare quella che nasce spontaneamente al proprio interno.
Vale la pena ricordare che, ben prima dell’attuale stagione di “riforme imposte”, presentate come innovative ma spesso fondate su logiche obsolete e su una narrazione autocelebrativa di semplice ammodernamento formale, molti medici di medicina generale avevano già scelto di investire nella sanità di iniziativa, nella prossimità, nella multidisciplinarietà e nell’integrazione professionale. Chiedevano con determinazione di lavorare in Case della Salute di dimensioni adeguate, oppure costruivano spontaneamente, con risorse proprie e forte motivazione professionale, Medicine di Gruppo evolute che anticipavano elementi oggi attribuiti alle Case della Comunità. Eppure, in molti contesti, quelle esperienze furono ostacolate, rallentate, limitate o non sostenute, come se una maggiore capacità organizzativa della medicina generale fosse una criticità più che una risorsa strategica per il sistema.
Ogni sistema complesso evolve quando valorizza le proprie dinamiche adattive. Se invece l’istituzione tende a controllare, comprimere o burocratizzare l’assistenza attraverso una continua proliferazione di regole, rischia di annullarne la capacità generativa. La medicina territoriale non può essere costruita solo con norme, finanziamenti e nuovi contenitori: richiede la capacità di riconoscere e sostenere le energie professionali che nascono nei territori.
Il paradigma bio-psico-sociale e dei sistemi complessi insegna che la salute nasce dall’interazione tra persone, professioni, comunità e contesti. Allo stesso modo, il valore dell’organizzazione emerge dalle relazioni e dalla cooperazione, non dalla sola architettura istituzionale. Per questo le riforme producono risultati duraturi solo quando trasformano le competenze diffuse in patrimonio comune, senza limitarsi a ridefinire assetti formali.
Forse la domanda alla quale oggi le istituzioni dovrebbero rispondere è la seguente: perché, quando l’innovazione era già presente e proveniva dagli stessi professionisti, il sistema non è stato capace di farne il motore del cambiamento anzi, lo ha bloccato? Senza una risposta convincente a questo interrogativo, il rischio è che anche le riforme più ambiziose continuino a rincorrere il futuro senza riuscire realmente a costruirlo. I riordini non falliscono soltanto quando mancano le risorse. Si dimostrano incapaci di affrontare il problema perché non riconoscono il valore dell’innovazione che nasce dalla responsabilità professionale in quanto troppo occupati a garantire il controllo (es.: il “debito orario” semanticamente molto infelice) È su questo nodo che oggi si gioca il futuro della medicina territoriale italiana.
Come spesso accade nelle grandi questioni organizzative, la risposta può apparire semplice solo quando la si osserva a posteriori. La vera domanda, tuttavia, non è perché oggi quella soluzione sembri così evidente, ma perché i meccanismi decisionali della sanità territoriale non abbiano saputo riconoscerla quando prendeva forma spontaneamente all’interno della professione.
Bruno Agnetti
Centro Studi Programmazione Sanitaria (CSPS) di Comunità Solidale Parma ODV