Migliorare il rapporto con i pazienti dedicando loro più tempo

Migliorare il rapporto con i pazienti dedicando loro più tempo

Migliorare il rapporto con i pazienti dedicando loro più tempo

Gentile Direttore,
l’articolo di M.R.Montebelli ha acceso i riflettori su un tema a me caro da sempre: come gestire il rapporto col paziente. Lo scopo dichiarato è di stabilire una valida alleanza terapeutica per raggiungere una maggiore compliance. Ineccepibile il proposito, ma c’è un certo grado di contraddizione (antinomia?) nella logica del ragionamento.

L’articolo propone di superare la stretta strada della medicina basata sulle evidenze (EBM) per portarsi su un piano inter-personale. A supporto di ciò si cita il New England Journal of Medicine che titola “beyond” (“oltre”) EBM.

Ma stiamo veramente andando oltre? Secondo i suesposti articoli, si direbbe proprio di no. In una chiosa leggermente contraddittoria gli autori del NEJM fanno notare che che non si tratta di un “superamento l’EBM, ma una sua evoluzione, un suo completamento”. Quindi non è propriamente “prenderne il posto”. Salvataggio in calcio d’angolo – prima piccola pecca che non evita però un altro scivolone.

Secondo (vero) problema: nel proporre un rafforzamento delle competenze relazionali nell’operatore sanitario, nel perorare insomma la causa della medicina inter-personale, si citano delle evidenze a suo favore, soprattutto si propone che essa diventi una best-practice.

È come voler creare una nuova legge che integra le regole precedenti, negando però che questa stessa nuova legge appartenga alle categoria “regole”.
La best practice invocata per far adottare la medicina inter-personale non appartiene forse alla logica dell’EBM?

Alla base di questa seconda contraddizione o antinomia (i logici sapranno trovare la giusta definizione), ritrovo alcuni ben noti capostipiti del genere: il paradosso della mappa perfetta di Bradley (una mappa perfettamente fedele dovrebbe includere sè stessa nella mappa, all’infinito) o l’antinomia del bibliotecario di Russell (il catalogo dei libri è esso stesso un libro da catalogare, e ancora si va all’infinito).

Un esempio chiarificatore viene da una vecchia latta di cacao olandese.
 
Come si vede, la lattina ritrae una suora che serve della cioccolata tenendo in mano la lattina stessa, che quindi riporta l’immagine stessa della lattina. Si va avanti all’infinito, senza che nulla esca o entri da o nell’immagine. Questo affascinante effetto pittorico e fotografico ha il nome di quel cacao.
Sembra un gioco di specchi autoriflettenti la stessa immagine all’infinito, esperienza che tutti abbiamo sperimentato con curiosità. Non c’è nulla di “oltre” che superi o integri l’immagine di partenza: restiamo sempre nell’ambito delle best practices sostenute da evidenze.
 
Quindi arricchiamo/superiamo/integriamo l’EBM….con l’EBM!

Giusto o sbagliato che sia il mio ragionamento, trovo molto elegante la via d’uscita dall’impasse offerta dall’articolo di M.Esposito, che riporta il problema in un’ottica importante. Ci ricorda che non si tratta di formare i medici a fare il “piccolo psicologo”, “esperto di comunicazione”: il vero problema è che “tutto il personale abbia tempo da dedicare al paziente e quindi a sé stessi nel proprio ruolo professionale”.
 
Parole sacrosante, acqua sul fuoco del conflitto e temibile burnout che ne scaturisce a lungo andare.

Ivan Favarin
Infermiere

24 Novembre 2018

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