Non perdiamo il contatto, anche “fisico”, con il paziente

Non perdiamo il contatto, anche “fisico”, con il paziente

Non perdiamo il contatto, anche “fisico”, con il paziente

Gentile Direttore,
la recente pandemia  e l’estensivo uso della comunicazione a distanza ha rinnovato l’interesse e l’entusiasmo per la telemedicina. Esiste il rischio che quest’ultima possa allontanare ulteriormente il medico dal paziente? Se lo chiede Stefano Falcinelli, Presidente OMCeO di Ravenna e consigliere d’amministrazione EMPAM nella lettera al direttore del 24 settembre 2022 dal titolo “I rischi della comunicazione “a distanza” tra medico e paziente”.

Distanza è una parola con caratteristiche matematiche: è vicina allo zero quando ci si abbraccia diviene infinita quando si osserva il cielo stellato.  In medicina si annulla quando il medico “impone le mani sul paziente”,  si espande senza limiti  con la telemedicina. Gli esempi che seguono sono tratti dall’esperienza professionale.

A metà degli anni ’70 del secolo scorso fu richiesto al Servizio di Cardiologia  dell’ospedale di Careggi, a Firenze, dove lavoravo, d’instaurare un collegamento telefonico per ricevere elettrocardiogrammi urgenti inviati da altri ospedali cittadini, in particolare quello di S.M.Nuova e dell’Annunziata che  non avevano ancora una struttura cardiologica organizzata.

La strumentazione venne fornita dalla ditta OTE Biomedica di Firenze; si poteva commentare il tracciato col medico di pronto soccorso; dal 1976 al 1978 furono trasmessi oltre 600 ecg; il costo complessivo della strumentazione di circa 3.000 Euro odierni. L’attività fu pubblicata nel Giornale Italiano di Cardiologia 1978 vol.8, pag 1952-3.  Elettrocardiografia via telefono. Autori A.Dolara, LPozzi. Attualmente gli ospedali sopracitati sono del tutto autonomi per quanto riguarda l’attività cardiologica, ma l’uso della telemedicina si rese allora indispensabile. 

La distanza medico-paziente ha iniziato a dilatarsi con l’interposizione dello stetoscopio di Laennec due secoli fa. Ancora nel secolo scorso il medico, con un fazzoletto interposto, appoggiava l’orecchio sul paziente per udire suoni anomali o usava l’olfatto per l’esame dell’alito.

Nel gennaio febbraio 2006 furono pubblicati sull’autorevole New England Journal of Medicine una serie di articoli su l’uso dei nostri sensi nell’esame obbiettivo del paziente, dal tatto all’olfatto, mostrandone l’importanza. Sono messaggi significativi in quanto provenienti da una medicina dominata dalla tecnologia come quella praticata negli Stati Uniti. Purtroppo oggi l’esame obbiettivo non viene sempre effettuato. Ho esaminato questo aspetto in una pubblicazione su Toscana Medica del gennaio 2014: “L’abbandono dell’esame obiettivo è inevitabile ?”. Era una domanda provocatoria.

Cinquant’anni di attività in ambito clinico mi hanno convinto che l’esame obbiettivo completo, dalla testa ai piedi,  ovviamente non trascurando gli organi che il paziente indica come motivo di malattia, richiede solo pochi minuti. Al di là del rilevamento dei dati fisici l’”imposizione delle mani”, la riduzione a zero della distanza medico-paziente provocano  empatia, un effetto positivo che non necessita commenti.

Si può concludere che l’uso della strumentazione in medicina, telemedicina inclusa,  è  spesso utile, talora indispensabile, ma è l’eccessivo ottimismo per le innovazioni tecnologiche ad allontanare i medici dai reali problemi dei pazienti e a distogliere i politici dall’affrontarli con soluzioni sociali. 

PS. Mi scuso per le autocitazioni, criticabili nelle pubblicazioni scientifiche ma tollerabili nelle lettere di commento.

Alberto Dolara
Già Direttore della Unità Cardiovascolare S. Luca, Ospedale Careggi, Firenze

30 Settembre 2022

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