Gentile direttore,
nei giorni scorsi alcuni articoli sulla stampa italiana hanno riacceso l’attenzione su un tema delicatissimo e da anni privo di una cornice normativa chiara: il parto in anonimato. Si tratta di una questione che tocca diritti fondamentali, come quello delle madri alla riservatezza e quello dei figli adottati di conoscere le proprie origini, ma che riguarda innanzitutto la tutela della salute fisica, psicologica e sociale delle donne che vivono una maternità complessa.
Il dibattito non può prescindere dal riconoscere che l’ostetrica è la professionista sanitaria che più di ogni altra accompagna la donna durante gravidanza, travaglio e parto, anche quando questo avviene in condizioni di fragilità estrema. La nostra competenza è specifica, dedicata, costruita proprio per proteggere la maternità in tutte le sue forme, comprese quelle che richiedono anonimato e massima protezione.
Il quadro giudiziario attuale è frammentato e necessita di un intervento legislativo chiaro. La Corte Costituzionale, nel 2013, ha dichiarato illegittimo il divieto assoluto per i figli adottati di accedere alle informazioni sui genitori biologici, aprendo a un percorso giurisprudenziale che ha ampliato i loro diritti da adulti. Tuttavia, i 29 tribunali minorili italiani procedono oggi con prassi difformi, generando una “geografia di tutele” disomogenea. Questa frammentazione ricade sulle donne, che non possono permettersi incertezze normative proprio nel momento di maggiore vulnerabilità. È necessaria una legge chiara, che garantisca un equilibrio tra riservatezza materna e diritti del bambino, ma che soprattutto non lasci sola la donna nel passaggio decisionale e assistenziale.
La gravidanza e il parto non sono solo eventi clinici, ma processi profondamente umani che richiedono un’alleanza di cura costruita sull’ascolto, sull’accoglienza e sulla continuità assistenziale. Le ostetriche sono formate per riconoscere i bisogni delle gestanti in difficoltà, offrire sostegno informativo e intercettare eventuali rischi, anche psicologici, prima ancora che si manifestino. È un tipo di assistenza che nessun’altra professione può sostituire.
Per questo è fondamentale sviluppare servizi regionali standardizzati e protocolli omogenei che prevedano un ruolo guida delle ostetriche, non accessorio né subordinato. La donna che sceglie il parto anonimo deve trovare ovunque in Italia un percorso protetto, con ostetriche preparate e formate su questi temi, capaci di sostenerla senza giudizio. La creazione di percorsi nazionali coordinati, con l’ostetrica al centro del modello assistenziale, rappresenta la soluzione più efficace per garantire protezione, continuità e sicurezza, come avviene già nei Paesi con i migliori indicatori materno-infantili.
Dal 1951 in Italia più di 89mila donne hanno scelto di non riconoscere il neonato alla nascita. Negli ultimi anni i numeri sono scesi, ma la complessità sociale è aumentata. È quindi necessario proteggere le scelte materne senza giudizio e senza rischi. Il Parlamento ha l’occasione di costruire una legge che metta al centro la dignità della donna, la sua libertà e la sua sicurezza. Per farlo, non si può prescindere dall’unica figura professionalmente formata ad accompagnare la maternità in ogni scenario: l’ostetrica.
Silvia Vaccari
Presidente FNOPO