Per i bisogni complessi in Italia la rinuncia alle cure è molto più del 10%

Per i bisogni complessi in Italia la rinuncia alle cure è molto più del 10%

Per i bisogni complessi in Italia la rinuncia alle cure è molto più del 10%

Gentile Direttore,
l’uscita del Rapporto annuale dell’Istat sulla situazione del Paese, riportato e commentato pochi giorni fa qui su Qs, ha confermato il dato elevato e crescente degli italiani che hanno rinunciato nel 2024 alle cure soprattutto per problemi di liste di attesa. Non a caso e giustamente questo dato è stato ripreso nei titoli oltre che da Qs da molti giornali generalisti come la Repubblica che ha anche riportato in un altro articolo la stima di 6 milioni di italiani che avrebbero rinunciato alle cure nel 2024 . Questo dato è in continuità con quel dato di 4,5 milioni di italiani che sempre secondo l’ISTAT nel 2023 hanno rinunciato alle cure, pure a suo tempo riportato su Qs, mentre nel 2017 lo stesso dato era di 4 milioni. Insomma si tratta di un fenomeno in rapido peggioramento.

Il dato ISTAT sulla rinuncia alle cure deriva dalle risposte di un campione di italiani intervistato in occasione della Indagine multiscopo sugli aspetti della vita quotidiana. In questa indagine il focus è sulle visite e indagini specialistiche. L’impatto sulla salute in termini di mortalità evitabile e mortalità prevenibile, pure preso in esame nel rapporto dell’ISTAT, ancora non si avverte. Questi due indicatori ci vedono ancora ai primissimi posti trai 27 paesi dell’Unione Europea, ma si tratta di dati relativi al 2022. Sia Qs che altri giornali sottolineano invece un altro dato importante correlabile al fenomeno della rinuncia alle cure: la speranza di vita in buona salute che nelle donne in un anno si è abbassata di 1,3 anni.

Il dato del 10% di italiani che rinuncia alle cure, con una variabilità tra le macroaree del paese (rinuncia il 9,2 per cento dei residenti nel Nord, il 10,7 per cento nel Centro e il 10,3 per cento nel Mezzogiorno), rischia apparentemente per assurdo di dare una descrizione ottimistica dello stato del Ssn. Se proviamo infatti a ragionare in termini di accesso alle cure per problemi più complessi la percentuale delle persone che rinunciano alle cure salirebbe enormemente al di sopra del 10%. Farò gli esempi della neuropsichiatria infantile e dei disturbi cognitivi e delle demenze scusandomi in anticipo per gli specialisti delle due aree per l’intrusione. I dati sulle carenze nei due ambiti non sono disponibili in una forma tale da quantificarli e descriverne la variabilità geografica e l’andamento nel tempo (o perlomeno io non ne sono a conoscenza). Ma i segnali ci sono e proverò a descriverne qualcuno di origine “locale”, ma di significato generale.

Nell’area della neuropsichiatria infantile ci sono indagini locali che ci aiutano a capire la diffusione e la capacità di risposta dei servizi che richiedono specifiche competenze di neuropsichiatria infantile, come ad esempio le Unità multidisciplinari dell’Età Evolutiva (UMEE), cui compete il compito di fare la valutazione sanitaria dei ragazzi disabili indispensabile per poi effettuare la presa in carico e definire i servizi assistenziali da garantire (assistenza scolastica, educativa, domiciliare, inserimenti lavorativi, centri diurni, residenzialità). Franco Pesaresi qualche mese fa ha calcolato che nelle Marche a quel momento erano 1.911 i minori disabili in attesa di una prima valutazione e la media regionale dei tempi minimi di attesa era di un mese e mezzo mentre la media dei tempi massimi era di oltre un anno e mezzo di attesa (19 mesi) per la prima visita con realtà dove l’attesa poteva arrivare a 5 anni. In sostanza in base a questi dati nelle Marche un bambino può concludere tutto il ciclo delle elementari senza ricevere l’assistenza a cui magari avrebbe avuto diritto. Se nel 2015 veniva stimato dalla Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e Adolescenza che solo un minore su 4 con problemi di tipo neuropsichiatrico accedeva alle cure necessarie, a che livello di copertura saremo scesi nel frattempo visto che i problemi sono aumentati e i servizi ulteriormente diminuiti?

Passiamo adeso alla presa in carico dei pazienti (e relative famiglie) con disturbi cognitivi e demenze. I dati riportati nel Report Nazionale del Progetto Fondo per l’Alzheimer e le demenze a cura dell’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità (anni 2021-2023) evidenziano forti variabilità tra le varie aree del Paese ben sintetizzate qui. Anche in questo caso mi appoggio a qualche dato marchigiano a titolo esemplificativo. Il Gruppo Solidarietà ha fatto il punto nelle Marche sulla offerta residenziale per gli anziani con problemi di demenza. Dopo vere “torturato” la Regione per avere i dati (aggiornati al 2021), si è visto che questi “indicavano in 2.500 gli anziani non autosufficienti e con demenza in attesa di un posto in una residenza, a fronte di un’offerta convenzionata sociosanitaria di circa 6.300 posti. Una lista di questo tipo (circa 40% dell’attuale offerta) significa che molti non entreranno mai. Per le famiglie che hanno disponibilità economiche, l’unica possibilità è quella del ricovero privato con rette che vanno dai 2.000 agli oltre 3.000 euro al mese… Nelle residenze sociosanitarie delle Marche sono ricoverate 2.587 persone con demenza… Il 34% (1.938 persone) risulta ricoverato in posti non dedicati… Significa che queste persone vivono in residenze che sono strutturalmente inadeguate a rispondere alle loro esigenze di assistenza e cura, che non sono assimilabili a quelle di una persona con problemi di tipo esclusivamente motorio.” Anche nel caso dei disturbi cognitivi e delle demenze la rinuncia alle cure va dunque molto al di là del 10%, il dato che invece circola di più.

Occorre investire su sistemi di monitoraggio dell’accesso ai servizi e quindi sulla eventuale rinuncia alle cure che vadano al di là del solo accesso alla prestazione specialistica. Concentrarsi solo su queste prestazioni rischia di accentuare la tendenza molto diffusa a trascurare le condizioni croniche con un maggior impatto sociale e a privilegiare i servizi tradizionali come gli ospedali e le strutture poliambulatoriali, che a quelle condizioni non sono capaci di rispondere. Certo la espressione “sei milioni di italiani rinunciano alle cure” colpisce e attira, ma il problema non è solo qui e probabilmente sta di più da un’altra parte.

Claudio Maria Maffei

Claudio Maria Maffei

23 Maggio 2025

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