Gentile Direttore,
l’industria farmaceutica italiana ha archiviato il 2025 consolidando il proprio ruolo di primo piano a livello globale, grazie a un valore della produzione di 74 miliardi di euro e a un export che ha superato i 69 miliardi. Questo risultato, trainato da un incremento delle esportazioni del 28,5% nell’ultimo anno, proietta il comparto nazionale al vertice dell’Unione europea e al quarto posto nella classifica degli hub farmaceutici mondiali. Proprio la consapevolezza di questa indiscussa leadership produttiva e scientifica ha guidato il confronto tra aziende, istituzioni e clinici riuniti a Rimini in occasione del 65° Simposio dell’Associazione Farmaceutici dell’Industria.
Tuttavia, questi primati non devono indurre all’autocompiacimento, ma impongono piuttosto il dovere della lungimiranza in un momento in cui la competizione globale si gioca sulla capacità di colmare rapidamente il divario digitale, accrescere l’attrattività della ricerca clinica e abbattere drasticamente l’impatto della burocrazia.
In questo scenario, le nuove tecnologie e in particolare l’intelligenza artificiale stanno trasformando radicalmente la ricerca clinica, ottimizzando la gestione dei dati, la predittività degli studi e i tempi necessari allo sviluppo dei farmaci. Per rivaleggiare con ecosistemi altamente avanzati come quelli già operativi negli Stati Uniti, nel Regno Unito o nei principali hub asiatici, l’Italia deve rafforzare la propria attrattività snellendo le normative e accelerando la digitalizzazione dei processi. Attualmente, nonostante l’elevata qualità scientifica, la ricerca clinica italiana risente di criticità strutturali profonde, quali la frammentazione dei sistemi sanitari, la disomogeneità digitale sul territorio, tempi autorizzativi eccessivamente lunghi e una gestione dei dati non ancora interoperabile. Diventa quindi urgente armonizzare le procedure di sperimentazione per garantire tempi certi ed eliminare le duplicazioni regionali, rendendo al contempo operativo e coerente il quadro normativo tra l’AI Act e lo Spazio Europeo dei Dati Sanitari, così da definire regole chiare per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
All’inizio del 2026, il 32% delle imprese italiane aveva integrato l’intelligenza artificiale nei propri processi, ma all’interno del settore farmaceutico emerge una profonda spaccatura tra i grandi player e le piccole e medie realtà. Il passaggio a modelli strutturati sui dati si scontra infatti con colli di bottiglia di natura culturale, tecnologica e finanziaria. I recenti dati diffusi dalla Banca d’Italia confermano questa netta polarizzazione, evidenziando come oltre l’80% delle grandi aziende ad alta tecnologia abbia già avviato progetti di digitalizzazione avanzata, mentre la quota scende sotto il 25% tra le piccole e medie imprese, frenate da barriere economiche e dalla carenza di profili tecnici specializzati. Superare questi vincoli strutturali rappresenta la condizione essenziale per permettere all’intera filiera nazionale di correre alla stessa velocità del progresso scientifico mondiale.
Giorgio Bruno
Presidente AFI – Associazione Farmaceutici dell’Industria