Piano nazionale per l’economia sociale: la funzione sociale non dipende dalla forma giuridica ma dal servizio reso

Piano nazionale per l’economia sociale: la funzione sociale non dipende dalla forma giuridica ma dal servizio reso

Piano nazionale per l’economia sociale: la funzione sociale non dipende dalla forma giuridica ma dal servizio reso

Gentile Direttore, il Piano nazionale per l'economia sociale rappresenta un passaggio importante. Lo è sul piano culturale prima ancora che normativo, perché riconosce il valore di un'economia capace di produrre non solo ricchezza ma anche coesione, prossimità, inclusione e sviluppo delle comunità...

Gentile Direttore,
il Piano nazionale per l’economia sociale rappresenta un passaggio importante. Lo è sul piano culturale prima ancora che normativo, perché riconosce il valore di un’economia capace di produrre non solo ricchezza ma anche coesione, prossimità, inclusione e sviluppo delle comunità.

È inoltre una scelta in linea con il percorso europeo ed è un’impostazione che merita di essere sostenuta: in un Paese che affronta l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della non autosufficienza, la crescita della cronicità e della disabilità, ogni intervento che rafforzi la capacità di risposta del sistema di welfare rappresenta un investimento sul futuro.

Proprio perché il Piano costituisce un passo nella giusta direzione, può però aprire una riflessione più ampia. Nel welfare sociosanitario accreditato la realtà supera le tradizionali distinzioni giuridiche. Per una persona anziana non autosufficiente ospite di una residenza, per una persona con disabilità inserita in un percorso riabilitativo, per un paziente seguito a domicilio o per una famiglia che cerca continuità assistenziale, la qualità della cura non dipende dalla forma giuridica del soggetto che la eroga. Contano la qualità del servizio e l’umanità della presa in carico.

È da questa evidenza che nasce una riflessione che riguarda l’intero sistema.

Le imprese sociosanitarie private accreditate che operano all’interno della programmazione pubblica non possono essere considerate semplici operatori economici: sono parte integrante della rete dei servizi essenziali. Operano sulla base di autorizzazioni e accreditamenti pubblici, rispettano rigorosi requisiti organizzativi, strutturali e professionali, applicano standard qualitativi definiti dalle istituzioni e garantiscono prestazioni rivolte a bisogni pubblici.

I numeri confermano questa realtà. Secondo l’Annuario statistico del Servizio sanitario nazionale, una parte significativa dell’offerta accreditata è assicurata proprio dalle strutture private, che rappresentano una componente essenziale dell’assistenza specialistica, residenziale, semiresidenziale e riabilitativa. Senza questa rete il sistema non sarebbe in grado di assicurare la stessa capacità di risposta ai bisogni dei cittadini.

Accanto a queste realtà opera naturalmente un Terzo settore straordinariamente ricco e vitale, che costituisce una risorsa fondamentale per il Paese e che merita pieno riconoscimento. Non è questo il punto della riflessione. L’obiettivo non è mettere in contrapposizione profit e non profit, né chiedere di ridurre l’attenzione verso l’economia sociale. La questione è un’altra.

Occorre evitare che, nel riconoscere giustamente il valore del Terzo settore, si produca una nuova asimmetria all’interno del welfare accreditato. Se soggetti che svolgono le stesse funzioni pubbliche, rispondono agli stessi bisogni assistenziali e sono sottoposti ai medesimi obblighi vengono valutati in modo diverso esclusivamente sulla base della propria forma giuridica, si introduce uno squilibrio che rischia di indebolire l’intero sistema.

La funzione sociale della cura non dovrebbe essere riconosciuta soltanto in ragione della natura dell’ente ma anche della funzione effettivamente svolta. Chi garantisce continuità assistenziale, investe nella qualità, assicura occupazione qualificata, risponde ai bisogni delle persone fragili e opera quotidianamente all’interno della programmazione pubblica esercita, di fatto, una funzione sociale che merita di essere riconosciuta.

Questo principio assume ancora maggiore rilevanza in una fase in cui le imprese sociosanitarie accreditate sono chiamate ad affrontare sfide sempre più impegnative: tariffe spesso non adeguate all’aumento dei costi, rinnovi contrattuali, carenza di personale, investimenti tecnologici e strutturali, crescita dei costi energetici e crescente complessità amministrativa. A differenza di altri settori, tuttavia, la cura non può essere sospesa. Le persone fragili continuano ad aver bisogno di assistenza indipendentemente dalle difficoltà economiche e organizzative che gravano sui gestori.

Per questo il Piano nazionale per l’economia sociale può rappresentare un’opportunità ancora più ambiziosa: può diventare l’occasione per riconoscere che esiste una più ampia filiera della cura, composta da soggetti diversi per natura giuridica ma accomunati dalla medesima responsabilità pubblica. Una filiera nella quale pubblico, Terzo settore, cooperazione e imprese private accreditate concorrono, ciascuno con il proprio ruolo, alla tutela di un bene comune.

Il welfare italiano non ha bisogno di nuove contrapposizioni ma di alleanze, di regole equilibrate e della capacità di valorizzare chiunque contribuisca alla presa in carico delle persone più fragili.

Il vero passo avanti sarà riconoscere che la funzione sociale della cura non nasce dalla forma giuridica dell’ente che la eroga ma dal servizio che esso rende alla collettività. È su questo principio che dovrebbe misurarsi la capacità del nostro sistema di welfare di essere davvero inclusivo, sostenibile e orientato al bene comune.

Luca Pallavicini
Presidente Nazionale Conf Salute Healthcare

08 Luglio 2026

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