Gentile Direttore,
il Servizio sanitario nazionale sta attraversando una trasformazione profonda. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e della multimorbilità, la crescente fragilità dei pazienti e la contemporanea difficoltà a reperire professionisti stanno modificando rapidamente il volto dei nostri ospedali. In questo scenario la Medicina Interna non rappresenta semplicemente una delle tante specialità ospedaliere: è sempre più uno dei punti sui quali si regge l’intero sistema.
FADOI lo sostiene da tempo. Nei nostri reparti arrivano pazienti sempre più anziani e complessi: oggi circa il 60% dei ricoveri in area medica riguarda persone con più di 75 anni e oltre il 70% presenta almeno tre patologie croniche concomitanti. Sono pazienti nei quali non è possibile separare artificialmente il cuore dal rene, il polmone dal metabolismo, l’infezione dalla fragilità o dalla condizione sociale. Serve una visione globale. Serve, cioè, quella capacità di governare la complessità che costituisce l’essenza stessa della Medicina Interna.
Eppure esiste ancora una contraddizione che FADOI denuncia da anni: reparti che assistono pazienti ad elevata complessità continuano spesso ad essere classificati come strutture a bassa intensità di cura. Una definizione ormai anacronistica, che non è soltanto una questione terminologica, perché determina standard di personale, dotazioni tecnologiche e posti letto non sempre adeguati al carico assistenziale reale.
Una delle prime sfide che abbiamo davanti è quindi riconoscere finalmente ciò che la Medicina Interna è diventata. Occorre costruire modelli ospedalieri coerenti con la complessità dei pazienti, sviluppare aree a diversa intensità assistenziale, comprese le semi-intensive, rafforzare il co-management con le altre specialità e dare una risposta strutturale al fenomeno del boarding. Sono obiettivi che abbiamo inserito tra le priorità del nuovo triennio FADOI 2026-2028.
Il sovraffollamento dei Pronto soccorso, infatti, non può essere considerato un problema esclusivamente dell’emergenza-urgenza. Già nel 2024 avevamo sottolineato come rappresentasse piuttosto il sintomo di un sistema complessivamente congestionato, nel quale bisogna ripensare l’intero percorso del paziente. Quando manca un posto letto, quando una dimissione viene ritardata perché sul territorio non esiste una risposta assistenziale adeguata, quando l’ospedale è costretto a supplire alle carenze dell’assistenza sociale e territoriale, inevitabilmente la pressione si scarica sui Pronto soccorso e sulle Medicine Interne.
Per questo continuiamo a sostenere che ospedale e territorio non debbano essere messi in contrapposizione. La vera sfida è costruire una rete. Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, medicina generale e ospedale devono essere parti dello stesso percorso. L’internista, per la sua capacità di valutare globalmente il paziente pluripatologico, può rappresentare uno dei naturali punti di raccordo di questa rete, soprattutto nelle transizioni tra ospedale e territorio. La continuità assistenziale non può essere uno slogan: deve diventare organizzazione concreta, con responsabilità, competenze e percorsi definiti.
C’è poi la grande questione del personale. Le nostre rilevazioni hanno fotografato un disagio che non possiamo sottovalutare. Nel 2026 il 65,4% degli internisti intervistati ha dichiarato di aver vissuto almeno una volta una condizione di burnout; oltre un medico su quattro pensa al pensionamento anticipato e circa uno su cinque valuta il passaggio al privato. Nella stessa indagine, il 61,5% ha indicato tra le priorità la riclassificazione delle Medicine Interne a medio-alta intensità di cura e il 57,2% l’assunzione di nuovo personale medico e infermieristico.
Dobbiamo quindi tornare a rendere attrattiva la Medicina Interna e, più in generale, il lavoro nel Servizio sanitario nazionale. Non è soltanto una questione retributiva. Servono prospettive di carriera, possibilità di fare ricerca, formazione di qualità, condizioni di lavoro sostenibili e organizzazioni nelle quali il professionista possa percepire che competenza e responsabilità vengono riconosciute. Giovani, attrattività e benessere professionale sono non a caso una delle priorità assolute che FADOI si è data per i prossimi anni.
Ma il futuro della Medicina Interna passa anche dalla prevenzione. Nel 2025 abbiamo ricordato come una parte significativa dei ricoveri possa essere evitata intervenendo prima, sugli stili di vita, sulle vaccinazioni, sugli screening e sul controllo dei fattori di rischio. La prevenzione non appartiene soltanto al territorio: anche il ricovero deve diventare un’occasione per intercettare bisogni preventivi, soprattutto nei pazienti fragili e cronici.
Infine, dobbiamo governare l’innovazione. Telemedicina, sistemi digitali e intelligenza artificiale cambieranno profondamente il nostro modo di lavorare. FADOI vuole essere protagonista di questo processo, attraverso formazione, governance e applicazioni concrete. Ma con un principio non negoziabile: la tecnologia deve sostenere il medico, non sostituire la relazione di cura. E le innovazioni organizzative devono sempre partire dalla competenza professionale e dalla sicurezza del paziente.
La Medicina Interna del futuro dovrà dunque essere più forte, più moderna, più attrattiva e meglio integrata nel sistema. Ma dovrà soprattutto continuare a fare ciò che sa fare meglio: mettere insieme ciò che la medicina tende a dividere, leggere la persona prima della singola patologia e assumersi la responsabilità di governare la complessità.
È questa la sfida che abbiamo davanti. Ed è anche il contributo che FADOI vuole offrire alla costruzione del Servizio sanitario nazionale dei prossimi anni. Perché valorizzare la Medicina Interna non significa difendere una categoria. Significa rafforzare uno dei pilastri indispensabili per garantire ai cittadini cure appropriate, sicure e sostenibili.
Andrea Montagnani
Presidente Nazionale FADOI