Qualche breve riflessione sulla questione “numero chiuso” 

Qualche breve riflessione sulla questione “numero chiuso” 

Qualche breve riflessione sulla questione “numero chiuso” 

Gentile direttore,
qualche breve riflessione sulla questione “numero chiuso” che imperversa sulla stampa. Premetto che si sbaglia lo “status” del numero: chiuso non lo è mai stato, di numero programmato si è da sempre trattato. Ebbene sì e da ciò discende la necessità di comprendere perché il tema fabbisogni abbia strappato la scena al vero scopo per cui era nata la programmazione: consentire adeguatezza nella capacità formativa dei corsi di Laurea. Insomma l’imbuto era nato per valorizzare la qualità del formato consentendo alle università di accogliere e al meglio valorizzare i percorsi di quel numero X di persone.

Strumento vecchio, quiz da sapore di terno al lotto che di selettiva scrematura di eccellenze, tutte obiezioni giuste.
Sistema da riformare senza dubbio alcuno!

Chi invocava l’abbatimento del numero programmato? Chi guidava il ricorsismo degli anni 90? L’UDU e il mitico Avvocato Bonetti! 

E oggi cosa accade? Cosa sta accadendo? Chi invoca il cambiamento e con quali motivazioni? I fabbisogni e la fine della sbornia delle infornate di laureati degli anni 60, gli stessi che che, pensionandosi massivamente, mettono in crisi il sistema previdenziale: le famose gobbe previdenziali che abbiamo potuto ammirare minacciosa nelle slide di Oliveti!

Ma siamo seri, parliamo del vero imbuto che nel frattempo, mentre di 60ini strabordavano occupazione prelibata, è sorto: per fare il Medico ed esercitare non basta più il titolo di Laurea, serve specializzarsi, sa, quel percorso formativo remunerato…. E lì il sistema universitario dà il meglio di sé: stretto da un lato dalle immancabili ristrettezze economiche (i soldi per pagare gli specializzandi che poi, per inciso, sono le braccia che permettono a molte strutture di erogare prestazioni) e la necessità di selezione “cencelliana”.

Angelo Sodano
Odontoiatra

25 Settembre 2018

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