Gentile Direttore,
non è mio costume rispondere sovente, così da poter innescare polemiche sterili e inutili che poco interessano al lettore, ma quando si distorce la verità su ciò che si è detto, allora è mio dovere farlo per dovere di cronaca. Lungi da me il voler fare “Catone il censore” o arrogarmi il diritto di affermare, a differenza di altri, che tra: “i due mondi, migliore è senz’altro il mondo come il nostro”.
Soprassiedo “idealmente” sulla presunta interpretazione “ideologica” che Ippocrate (460-370 A.C.) circa 2500 anni fa potesse estendere il suo giuramento: “Similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”, a presunti farmaci anticoncezionali, quanto piuttosto all’interruzione di una vita dalla somministrazione di un farmaco abortivo. E del resto la riprova è data dal “giuramento professionale” pronunciato oggi dai neolaureati e che ha “sostituito” il giuramento d’Ippocrate; ciò al fine di poter rendere invalido il giuramento ippocratico per chi lo avesse infranto, proprio in relazione alla somministrazione di farmaci abortivi.
Nelle mie precedenti affermazioni, mi sono limitato semplicemente a fare alcune considerazioni supportate da riscontri scientifici e numerici. In particolare ho espresso:
– relativamente agli effetti indesiderati, quanto riportato sul foglietto illustrativo dalla stessa casa farmaceutica produttrice della RU486
– che, come riportato nel nostro codice deontologico relativamente al consenso informato, all’inizio di ogni percorso diagnostico-terapeutico il paziente “deve” essere informato totalmente su tutto ciò che l’assunzione di quel farmaco o quell’iter diagnostico possono provocare e, in questo caso, esclusivamente nel principale “interesse” della donna
– che dall’entrata in vigore della 194 sono stati più di sei i milioni gli aborti praticati incidendo, pertanto negativamente secondo i numeri, sulla denatalità globale del nostro Paese
– e che, infine, sono restato con convinzione “fedele”, al giuramento ippocratico che come medico mi “impone” di dare la vita e non il contrario.
L’ultima considerazione riguarda i farmaci usati in gravidanza che si dividono sostanzialmente in due categorie: pillole anticoncezionali che impediscono l’instaurarsi di una gravidanza e pillole abortive che interrompono la gravidanza come la RU486.
Sostenere pertanto che tale farmaco non fa altro che rendere più efficace il “controllo della fertilità” equiparandolo ad un qualsiasi altro anticoncezionale, equivale a dire che l’aborto e quindi la RU486, possono essere classificati tra i “metodi contraccettivi”, condizione alla quale sono purtroppo costrette a ricorrere donne per “abortire” e non per “prevenire” una gravidanza.
Credo pertanto che la corretta informazione, al di là ovviamente delle considerazioni etiche, sia quella di ricorrere all’uso corretto degli anticoncezionali come unici “regolatori di fertilità” e di non disinformare ideologicamente, ponendo l’aborto come metodica anticoncezionale.
Grazie
Stefano Ojetti
Presidente Nazionale AMCI