Salute mentale, riforme e capitalismo

Salute mentale, riforme e capitalismo

Salute mentale, riforme e capitalismo

Gentile Direttore,
scrivo in seguito al dibattito innescato dal libro “Oltre la 180” del prof. Cavicchi cui è seguita un’articolata discussione sulle pagine di QS. Una singolare “inerzia” muove le iniziative che caratterizzano il campo della salute mentale, da decenni bloccato nei settarismi e nei manicheismi che, assolutizzati, mostrano oggi, negli esiti dei rispettivi fallimenti, lo stato da baraccopoli dei servizi e la totale mancanza di capacità autocritica da parte di coloro che, sul campo e per leadership, dovrebbero orientare le cose.

In particolare, al di là della polifonicità di posizioni che il Forum di QS ha evidenziato, colpisce che quasi tutti gli intervenuti al dibattito evidenzino una assoluta mancanza di distacco dalle loro esortazioni il cui esito è una pletorica autoreferenzialità senza sbocchi.

Come d’altra parte mostra anche l’ultimo “Appello dei 91 direttori di Dsm”, più soldi e più personale, questo la stringente richiesta: quasi si trattasse in tal modo di sostenere un settore le cui criticità pregresse fossero solo relative a due aspetti che, pur essenziali, lasciano presagire che, ormai l’aziendalismo-prestazionale, costituisca l’unica cifra politico-culturale- scientifica che permea l’odierno modello di approccio al disturbo mentale.

Dico “modello” perché, a dispetto di qualche rara isola in cui viene ancora dispensata un’assistenza “di frontiera”, l’omologazione pervasiva e permanente al modello unico di quella “quasi-scienza” che è la psichiatria, riguarda, appunto, tutta la psichiatria.

Ho avuto modo di interloquire nelle scorse settimane con il prof. Cavicchi, e allo scambio di mail intervenuto dopo la sua replica finale a conclusione del forum.

Il palpabile scetticismo che emergeva dalle sue riflessioni conclusive, si è raddoppiato nell’amarezza del dover constatare, in seguito “all’appello dei 91”, della mancanza di strategie, di un progetto politico socialmente sostenuto tale da innescare e configurare un conflitto sociale.

In tale contesto, non stupisce più di tanto, poi, la sintomatica ottusità di una scienza accademica a dir poco prosaica, con la sua placida arroganza, che ignora semplicemente l’interconnessione dei problemi a cui risponde con un ottimismo di maniera, stereotipato.

Si aggiunge infine il pericolo che una critica sociale orfana di riferimenti, sia sul piano sociale che su quello teorico, offra infine i propri servigi agli apparati di emergenza come fonte di legittimazione, liquidando se stessa in quanto critica sociale.

Detto con franchezza, “il Forum” mi ha fatto questa impressione…

Ciò vale in particolare per la sinistra, perché è con questa crisi, e mediante essa, che si coglie come quest’ultima, in tutte le sue declinazioni, si sia rivelata incapace di reagire perché il suo apparato di pensiero è totalmente incapsulato in un’ottica “riformista” che gli difetta e, oggi, si dimostra del tutto insufficiente.

L’evidenza ci mostra infatti, il riallineamento della sinistra alle forme occidentali del mercato: “l’aziendalizzazione del campo sanitario” con l’altrettanto evidente “burocratizzazione-istituzionalizzazione” del campo della salute mentale, mostrano fino a che punto sia giunto il suo percorso di omologazione allo status quo.

Se nessuno oggi può estrarre dal cilindro, come dalla testa di Zeus, una soluzione che ci conduca fuori da questa situazione desolante, è drammatico però che, fino ad ora, non sia neppure iniziata una seria discussione in questo senso.

Se “la metamorfosi basagliana” è andata via con lo spirito del tempo (fatte salve alcune rare eccezioni) occorre riacquistare quello “sguardo lungo ed eccentrico” che sappia però tener conto che in una società libertaria-libertina e competitiva, individualistica e calcolatrice, irretita dall’innervazione informatica come quella attuale, nessuno sembra avere più interesse a cambiare niente.

L’odierno cinismo sociopolitico si esprime nel “solo sopravvivere e prevalere”.

Le risultanze di questa sorta di “ontologia del già accaduto”, rendono oltremodo necessaria “un’antologia del non ancora” la cui assenza rischia di svuotare qualsiasi iniziativa nella direzione del cambiamento e, nello specifico, di un “pensiero che cura”, ma soprattutto di “un pensiero della cura” che sappia decostruire tutte quelle teorie dell’azione che, oggi, nella loro monotona sintassi a connotazione declamatoria, sono solo parole “passepartout”…

La critica a partire dalla quale si possa immaginare “un oltre “, deve porsi a questo livello di immanenza senza però confondersi con essa.

Comprendere cioè, ciò che ci fa rimanere chiusi dentro.

Non basta più accusare il capitalismo di tutti i mali.

Bisogna dire come funziona, a partire da una “critica del valore” e, in particolare, da “una critica del valore del paradigma biomedico” e della sua incongrua e contraddittoria prassi meramente prestazionale.

È stato ironicamente osservato che oggi è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo: forse è ora di contemplare anche l’eventualità che la fine del mondo possa scaturire proprio dalla sopravvivenza del capitalismo.

Luigi Ferrara
Operatore socio-sanitario Area riabilitazione psichiatrica, Asst Sacco, Milano

Luigi Ferrara

26 Gennaio 2023

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