Se torna la propaganda abortista degli anni ’70

Se torna la propaganda abortista degli anni ’70

Se torna la propaganda abortista degli anni ’70

Gentile Direttore,
vorremmo proporre qualche riflessione, attinente ad un articolo dell'on. Elena Carnevali, del Partito Democratico, da voi recentemente pubblicato. La questione trattata – la legge 194 sull'aborto – ci sta particolarmente a cuore come associazione: le affermazioni dei senatori Pillon e Romeo contestate dall'on. Carnevali sono state pronunciate durante una conferenza stampa organizzata da ProVita al Senato.

Non ci interessa entrare nel merito delle politiche familiari di questo o quel governo. Ci limitiamo a costatare un fatto: nonostante le recenti spese statali, nulla ha prodotto effetti permanenti a favore della famiglia e della natalità. I dati Istat degli ultimi 10 anni lo dimostrano e l'Italia resta al 39º, posto su 47 paesi occidentali, per investimenti a favore della famiglia e della maternità (lo ha rilevato l'indagine IGIF dell'Università Cattolica di Milano del giugno del 2016).

Per quanto riguarda la legge 194/1978, ci preme anzitutto sfatare il mito che la legalizzazione dell'aborto avrebbe provocato la diminuzione del numero totale di aborti. Credere ciò non solo è paradossale e inverosimile (la legalizzazione facilita la pratica di ciò che prima era illegale, la rende più accessibile e più comune), ma riposa su un'analisi superficiale delle statistiche.

Appena entrata in vigore la legge, nel '78, il numero di aborti chirurgici è stato di 70 mila. Nel '79 sono stati quasi 188 mila, 220 mila nel 1980, fino al picco di quasi 235 mila nel 1982. Le cifre sono rimaste altissime fino al 1984. La diminuzione, avvenuta successivamente, è dovuta – vista la crescita suddetta – a cause indipendenti dall'entrata in vigore della legge: è diminuita la fertilità media (quindi il numero totale di gravidanze che si possano "interrompere"), è diminuita la popolazione in età fertile, si è diffuso l'aborto chimico e la cosiddetta "contraccezione d'emergenza", che ha effetti anti-nidatori, quindi abortivi. Inoltre, la Repubblica nel 2013 riportava che ci sono ancora 23.000 aborti clandestini in Italia ogni anno: ma la 194 non serviva a "eliminare la piaga dell'aborto clandestino"?

In secondo luogo, l'On. Carnevali sostiene che sarebbe "pregiudizievole affermare che si debba intervenire sulla 194 per garantire la piena applicazione della prima parte della legge, cioè quella relativa alle attività e all'offerta sanitaria e socio sanitaria dei consultori e sostegno alla maternità e genitorialità, a scapito o utilizzando le risorse necessarie per garantire il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), compresa quella farmacologica". Ma perché una legge deve essere applicata solo in parte?

Non esiste un "diritto all'aborto", neanche secondo la Corte Europea dei diritti umani e forse l'on. Carnevali ha dimenticato che la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo riconosce il diritto del bambino a cura e protezione, inclusa la protezione legale, prima e dopo la nascita.

E' possibile che una legge di uno stato civile e democratico dia a una persona il "diritto" di decidere sulla vita o morte di un'altra persona? (Esistono persone di serie B? E il principio di uguaglianza?). Ed è scientificamente incontestabile che il nascituro lo è, essere umano, fin dal concepimento. La stragrande maggioranza dei ginecologi in Italia solleva obiezione di coscienza: sono tutti cattolici "integralisti" o forse è solo perché sanno bene che l'aborto è l'eliminazione di un essere umano?

Questa reazione dell'on. Carnevali mi ricorda la propaganda abortista negli anni '70 che affermava che in Italia vi erano 25.000 donne morte ogni anno a causa degli aborti clandestini, mentre le cifre ISTAT dicono che nel '78 ci sono state 3212 donne morte fra i 15 e 50 anni, per tutte le cause possibili e immaginabili. Questa si chiama disinformazione.   
 
Francesca Romana Poleggi
Direttore editoriale Notizie Pro Vita

15 Aprile 2018

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