Si può rendere fertile il dibattito sulla crisi del Ssn?

Si può rendere fertile il dibattito sulla crisi del Ssn?

Si può rendere fertile il dibattito sulla crisi del Ssn?

Gentile Direttore, in Italia c’è un forte e diffuso movimento per la difesa del Ssn, che tutti sanno essere in grave crisi, crisi che preoccupa i cittadini tanto da rendere ormai il tema della salute come la principale preoccupazione degli italiani e uno degli argomenti più coperti da media e social

Gentile Direttore,

in Italia c’è un forte e diffuso movimento per la difesa del Ssn, che tutti sanno essere in grave crisi, crisi che preoccupa i cittadini tanto da rendere ormai il tema della salute come la principale preoccupazione degli italiani e uno degli argomenti più coperti da media e social. Quel movimento in teoria coinvolge tutti. Un elenco disordinato “a braccio” ricomprende tra gli altri: Governo, Ministro della Salute, Partiti, Sindacati, cittadini e loro rappresentanti, Ordini Professionali, Centri Studi, Think tank e un foltissimo gruppo di tecnici, esperti e “appassionati” che si raccoglie attorno a riviste, blog, società scientifiche, stampa specializzata e così via. Un elenco così lungo da rendere impossibile dimenticare qualcuno senza farselo nemico (se lo conosci). Ci sono stati e continuano a esserci appelli, libri, Rapporti  e autorevoli prese di posizione di figure carismatiche, i grandi saggi, della nostra sanità. Anche Papa Francesco ha difeso il SSN in modo esplicito, come ricorda Rosy Bindi nel suo recente libro “Una sanità uguale per tutti: perché la salute è un diritto” che lo cita sia in quarta di copertina che in una pagina dedicata all’inizio: “La sanità pubblica italiana è fondata sui principi di universalità, equità e solidarietà, che pero’ oggi rischiano di non essere applicate. Per favore, conservate questo sistema che è un sistema popolare nel senso di servizio al popolo, e non cadete nell’idea, forse troppo efficientista – alcuni dicono “moderna”: soltanto la medicina assicurativa o quella a pagamento e poi nient’altro. No. Questo sistema va curato, va fatto crescere, perché è un sistema di servizio al popolo”.

Insomma, non troverai mai nessuno in Italia che parlerà esplicitamente male del Ssn, ma nessuna iniziativa organica viene presa a livello istituzionale per “salvarlo” e, più in generale, la politica non sembra avere un programma complessivo al riguardo, né quella che governa né, per la verità, quella che sta all’opposizione. Il governo procede per iniziative e temi spot come si ricava dalle quotidiane dichiarazioni del Ministro Schillaci. Prendiamo le sue ultime dichiarazioni pubblicate ieri su Qs riprese da un intervento a Elisir su Rai 3. Dopo il richiamo di rito al fatto che il Servizio sanitario nazionale resta “un bene di tutti e un modello riconosciuto a livello mondiale”, si arriva al fatidico ma “ha bisogno di riforme strutturali e di una profonda modernizzazione”. Dopo tre anni di Governo sarebbe legittimo aspettarsi un programma di massima capace di tradurre queste apprezzabili intenzioni in scelte esplicite e come tali discutibili. Il Ministro invece nell’occasione si è limitato a fare qualche considerazione su quelli che considera pilastri del suo mandato: la valorizzazione del personale sanitario, il rafforzamento della prevenzione e la digitalizzazionecome leva per l’equità.

Nella consapevolezza che non si può formulare un giudizio su alcune dichiarazioni spot, alcune di quelle riportate da Qs meritano comunque una sottolineatura sia quanto alle cose dette che, soprattutto, a proposito delle cose non dette. La critica maggiore, dal mio punto di vista, alle posizioni del Ministro esposte in questa come in altre occasioni riguarda il fatto che le argomentazioni proposte pur se spesso condivisibili in sé perdono di significato e valore in quanto slegate tra loro e non inserite in un programma complessivo che dia loro un senso. Prendiamo il tema del ruolo centrale del personale per il quale si parla dell’importanza di affiancare gli incentivi economici a “più flessibilità, meno burocrazia e maggiori possibilità di carriera”. Non si può trattare questo tema senza una rivisitazione dei modelli programmatori che riequilibri il rapporto ospedale-territorio, senza una rivisitazione dei modelli organizzativi che ridefinisca i ruoli professionali e le loro modalità di integrazione e senza una ridefinizione del rapporto con i privati, attualmente messi in condizione di scegliersi aree di mercato convenienti e di attrarre grazie a questo i professionisti. Il passaggio in cui il Ministro ha ancora una volta giudicato “inaccettabile” il fatto che al Sud l’aspettativa di vita sia di quasi tre anni inferiore al Nord presenta aspetti ancor più discutibili. L’affermazione secondo cui per garantire equità di accesso alle cure la strada maestra passa dalla digitalizzazione e la telemedicina paragonate alla costruzione delle autostrade nel dopoguerra lascia basiti quando sul divario Nord-Sud pesa a come un macigno la carenza quantitativa e qualitativa di servizi.

Ogni tanto a livello centrale si aggiunge un pezzetto di programmazione (sta per arrivare il Piano Nazionale per la Salute Mentale) che non troverà applicazione o la troverà in maniera totalmente disomogenea come successo col Piano Nazionale della Cronicità, il Piano Nazionale Demenze, il Piano Nazionale della Prevenzione, il Piano Nazionale Liste di Attesa, il Piano Oncologico Nazionale, il DM 70, il DM 77 e i molti atti normativi e di indirizzo sulle cure palliative. Accanto ai “pezzetti” che si aggiungono ci sono i “buchi” che non si colmano come quello della residenzialità socio-sanitaria in cui nemmeno le classificazioni delle strutture, figuriamoci standard e tariffe, si assomigliano tra Regione e Regione (e sì che non si tratta di un tema minore). Molti temi caldi sul tappeto (per fare solo due esempi: fondi integrativi e revisione e applicazione del DM 70 per la razionalizzazione degli ospedali) fanno avanti e indietro nel dibattito e sembrano, almeno a me, non arrivare mai ad un punto di sintesi su cui confrontarsi in modo da prendere una decisione da tradurre poi in azione. E poi arrivano i segnali di proposte molto discutibili come quella dei superospedali, o ospedali hub, che per ora viaggia sottotraccia e che viene presentata come una delle soluzioni al problema della mobilità sanitaria, altro fenomeno molto citato e poco studiato. Insomma, sulla crisi del Ssn mi sembra che la politica non da oggi navighi a vista. E se a livello nazionale il quadro è questo, a livello regionale, almeno dalle mie parti, è molto peggio.

La mancanza di proposte programmatorie di massima complessiva sulla sanità (comprensiva ovviamente della sua componente socio-sanitaria) e di un interlocutore istituzionale che se ne assuma la responsabilità ha anche l’effetto di rendere spesso il dibattito sul Ssn una sorta di affollato battimuro in cui ognuno tira la pallina a se stesso (chi meglio, chi peggio, chi su singole questioni, chi con una visione più complessiva) perché dall’altra parte della rete c’è appunto un muro e non un altro giocatore.

E allora? Allora la politica, a partire da quella che governa, va sfidata a esplicitare il proprio programma complessivo di rilancio del Ssn, un programma (non elettorale, ovviamente) che elenchi e descriva le scelte che si propongono con le relative priorità e gli strumenti per realizzarle. Qualcosa che consenta a tutti, compreso il “popolo degli appassionati” di cui mi sento parte, di capire che dall’altra parte non c’è un muro, ma un altro giocatore.

Claudio Maria Maffei

19 Dicembre 2025

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