Siamo in cura non in guerra

Siamo in cura non in guerra

Siamo in cura non in guerra

Gentile Direttore,
riprendo volentieri la lettera di un Collega su QS di ieri, perché condivido il suo dissenso sull’approccio comunicativo, e forse anche cognitivo, di considerarci “in guerra”. Mentre stavo cercando altre parole, altre metafore per vivere con maggiore forza e convinzione, minore emotività e più empatia la difficile attività quotidiana di un’emergenza che tutti temiamo durerà ancora a lungo, alcuni giorni fa un caro amico mi ha fatto conoscere una riflessione di un Monaco della Comunità di Bose, secondo me davvero illuminante.

Penso sia molto meglio qui tacermi e rimandare alla lettura del Monaco di Bose per riflettere su questa nuova dimensione di pensiero, che a me sembra del tutto coerente con le professioni sanitarie. Tra l’altro, penso, potrebbe per molti essere considerata adatta al periodo pasquale vissuto da noi tutti purtroppo in modo così inusuale e forse triste.
 
Paolo Da Col
Geriatra, Trieste
 
Siamo in cura, non in guerra
di Guido Dotti, Monaco di Bose

Non mi rassegno.
Questa non è una guerra, noi non siamo in guerra.
Da quando la pandemia ha assunto la terminologia della guerra – cioè da subito cerco una metafora diversa che offra elementi di speranza e sentieri di senso per i giorni che ci attendono.
 
Il ricorso alla metafora bellica è stato evidenziato e criticato da alcuni commentatori, ma ha un fascino, un’immediatezza.
Ma allora, se non siamo in guerra, dove siamo? Siamo in cura!
 
Non solo i malati, ma il nostro pianeta, tutti noi non siamo in guerra ma siamo in cura. E la cura abbraccia – nonostante la distanza fisica che ci è attualmente richiesta – ogni aspetto della nostra esistenza, in questo tempo indeterminato della pandemia così come nel “dopo” che, proprio grazie alla cura, può già iniziare ora, anzi, è già iniziato.
 
Ora, sia la guerra che la cura hanno entrambe bisogno di alcune doti: forza (altra cosa dalla violenza), perspicacia, coraggio, risolutezza, tenacia anche… Poi però si nutrono di alimenti ben diversi. La guerra necessita di nemici, frontiere e trincee, di armi e munizioni, di spie, inganni e menzogne, di spietatezza e denaro… La cura invece si nutre d’altro: prossimità, solidarietà, compassione, umiltà, dignità, delicatezza, tatto, ascolto, autenticità, pazienza, perseveranza…
 
Per questo tutti noi possiamo essere artefici essenziali di questo aver cura dell’altro, del pianeta e di noi stessi con loro. Tutti, uomini e donne di ogni o di nessun credo, ciascuno per le sue capacità, competenze, principi ispiratori, forze fisiche e d’animo. Sono artefici di cura medici di base e ospedalieri, infermieri e personale paramedico, virologi e scienziati… Sono artefici di cura i governanti, gli amministratori pubblici, i servitori dello stato, della res publica e del bene comune… Sono artefici di cura i lavoratori e le lavoratrici nei servizi essenziali, gli psicologi, chi fa assistenza sociale, chi si impegna nelle organizzazioni di volontariato… Sono artefici di cura maestre e insegnanti, docenti e discenti, uomini e donne dell’arte e della cultura… Sono artefici di cura preti, vescovi e pastori, ministri dei vari culti e catechisti… Sono artefici di cura i genitori e i figli, gli amici del cuore e i vicini di casa… Sono artefici – e non solo oggetto – di cura i malati, i morenti, i più deboli, beni preziosi e fragili da “maneggiare con cura”, appunto: i poveri, i senza fissa dimora, gli immigrati e gli emarginati, i carcerati, le vittime delle violenze domestiche e delle guerre…
 
Per questo la consapevolezza di essere in cura – e non in guerra – è una condizione fondamentale anche per il “dopo”: il futuro sarà segnato da quanto saremo stati capaci di vivere in questi giorni più difficili, sarà determinato dalla nostra capacità di prevenzione e di cura, a cominciare dalla cura dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione. Se sappiamo e sapremo essere custodi della terra, la terra stessa si prenderà cura di noi e custodirà le condizioni indispensabili per la nostra vita.
 
Le guerre finiscono – anche se poi riprendono non appena si ritrovano le risorse necessarie – la cura invece non finisce mai. Se infatti esistono malattie (per ora) inguaribili, non esistono né mai esisteranno persone incurabili.
 
Davvero, noi non siamo in guerra, siamo in cura!
Curiamoci insieme.”
  

Paolo Da Col

10 Aprile 2020

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