Sicurezza alimentare. Quando la fame diventa metodo di dominio 

Sicurezza alimentare. Quando la fame diventa metodo di dominio 

Sicurezza alimentare. Quando la fame diventa metodo di dominio 

Gentile Direttore,
One Health, Planetary Health, Carta di Milano (Expo 2015 ve la ricordate?), Food Security and Nutrition for All (FAO), Agenda 2030 con i suoi Sustainable Development Goals, SDG), sono una serie di 17 obiettivi interconnessi, definiti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite come strategia “per ottenere un futuro migliore e più sostenibile per tutti”. C’è uno spreco di risorse intellettuali, un uso sconsiderato di eleganti slogan, un florilegio di belle idee per dire che tutto ha una logica e quella logica la presidiamo coscientemente per il bene di tutta l’umanità. E saggiamente ci inseriamo in un modello culturale che pone la prevenzione sanitaria, la tutela della salute, la promozione del benessere animale, la sicurezza alimentare sul più alto gradino dei valori sociali e morali.

Su questo quadro teorico e anche localmente pratico ben delineato e agito si protende però da qualche tempo l’ombra di qualcosa di osceno.

Mentre la diplomazia mediatica si interroga sugli sviluppi di una faida nucleare tra Israele e Iran, nella Gaza oscurata e gradatamente spostata fuori dai notiziari, si muore ogni giorno per un pugno di farina. Per l’idea stessa di nutrimento.

Non importa se con la tassonomia si stabilirà se si tratta di genocidio o di semplice massacro un po’ troppo reiterato, ciò che sconvolge è la metodologia delle stragi.

Nulla è accidentale. Nulla è caotico. Ogni dettaglio, dai percorsi obbligati per raggiungere un posto di “distribuzione”, alle “zone rosse” che designano la fame come scelta (affinché non si abbia scelta), alla scomparsa programmata e imposta delle agenzie ONU, risponde a una strategia di controllo: starvation and testing population under stress.

Gaza è oggi il laboratorio perfetto dell’ingegneria del collasso: un campo sperimentale dove il vivente è trattenuto sull’orlo dell’agonia, e la morte è un epifenomeno statistico.

Non si tratta più di uccidere per odio i nemici in armi o i loro sostenitori. Ormai a Gaza si vuole governare la vita ridotta a pura sopravvivenza, fino al suo estinguersi.
La fame non è effetto collaterale, è struttura, è metodo di dominio.
Il cibo è un’arma concreta e un’arma semantica.

Come avrebbe scritto Orwell se fosse nato a Khan Younis: Chi controlla il cibo, controlla la paura. Chi controlla la paura, possiede già il futuro.
Ma chi, oggi, ha lo sguardo per reggere questo futuro?
Il crimine non è più solo l’assassinio.
È anche la lucidità, l’accuratezza del metodo che spinge a un dilemma finale: lasciar morire i propri figli di fame o accompagnarli sotto il fuoco per cercare un pugno di grano.

Per noi, tutt’al più, è un pugno nello stomaco. Ma probabilmente è solo così che la coscienza collettiva può risvegliarsi e come dice Papa Leone XIV, riportare il mondo a “Una pace disarmata, una pace disarmante, umile e perseverante”.

Aldo Grasselli
Segretario Nazionale Sivemp (Sindacato Italiano Veterinari Medicina Pubblica)

25 Giugno 2025

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