Suicidio assistito e cure palliative: il rischio di un falso conflitto

Suicidio assistito e cure palliative: il rischio di un falso conflitto

Suicidio assistito e cure palliative: il rischio di un falso conflitto

Gentile Direttore, ho letto con attenzione la lettera dei colleghi del Comitato Nazionale per la Bioetica che definiscono il suicidio assistito un possibile «comodo rifugio per la sanità inadempiente».

Gentile Direttore,

ho letto con attenzione la lettera dei colleghi del Comitato Nazionale per la Bioetica che definiscono il suicidio assistito un possibile «comodo rifugio per la sanità inadempiente».

Condivido molte delle loro preoccupazioni. Condivido soprattutto la necessità di ricordare che nel nostro Paese le cure palliative non sono ancora garantite a tutti i cittadini che ne hanno bisogno e che questa rappresenta una grave responsabilità politica e istituzionale.

Condivido anche la descrizione clinica del desiderio di anticipare la morte. Chi lavora quotidianamente accanto alle persone affette da malattie inguaribili sa bene che queste richieste sono spesso complesse, mutevoli, attraversate da sofferenze fisiche, psicologiche, relazionali e spirituali. Sa che dietro una domanda di morte vi è quasi sempre una domanda di aiuto. Sa che molte di queste richieste possono modificarsi quando il paziente incontra una presa in carico competente, una relazione di cura autentica, un controllo adeguato dei sintomi.

Tutto questo è vero. Ciò che non considero convincente è la conclusione che da queste premesse viene fatta discendere.

Perché il fatto che molte richieste di morte siano reversibili non significa che tutte lo siano. Perché il fatto che le cure palliative rappresentino spesso la risposta migliore non significa che siano sempre una risposta sufficiente.

Perché il fatto che la sofferenza possa essere alleviata non significa che ogni persona attribuisca alla propria esperienza di malattia lo stesso significato.

E soprattutto perché il riconoscimento del valore delle cure palliative non dovrebbe trasformarsi nella negazione della complessità morale delle scelte che alcune persone continuano a compiere anche dopo avere ricevuto le migliori cure possibili.

La mia impressione è che nel dibattito pubblico si continui a costruire un conflitto che non dovrebbe esistere: quello tra cure palliative e autodeterminazione.

È un conflitto artificiale. Le cure palliative non sono nate per limitare la libertà dei pazienti ma per ampliarla.

Non sono nate per decidere quale sia il modo corretto di morire ma per garantire che nessuno sia costretto a vivere la malattia nella sofferenza evitabile, nell’abbandono e nella solitudine.

Per molti anni abbiamo lottato perché il malato inguaribile non fosse lasciato solo, perché il dolore non fosse negato, perché la fragilità non venisse considerata una sconfitta della medicina e della vita stessa.

Abbiamo costruito una cultura della prossimità, dell’accompagnamento e della responsabilità condivisa. Per questo credo che il vero rischio oggi non sia il confronto sul suicidio medicalmente assistito.

Il vero rischio è che le cure palliative smarriscano progressivamente la propria vocazione originaria e finiscano per definirsi attraverso ciò a cui si oppongono anziché attraverso ciò che sono.

Una medicina della presenza non dovrebbe trasformarsi in una medicina dell’esclusione.

Una medicina che ha fatto della relazione il proprio fondamento non dovrebbe interrompere quella relazione nel momento in cui il paziente formula la domanda più difficile.

Naturalmente ogni professionista deve poter esercitare la propria obiezione di coscienza. Nessuno può essere obbligato a compiere atti che ritiene incompatibili con i propri convincimenti morali.

Ma altra cosa è sostenere che un’intera disciplina debba sottrarsi istituzionalmente alla presa in carico di pazienti che hanno formulato una richiesta legalmente riconosciuta.

Qui si apre una questione che merita di essere affrontata senza semplificazioni.

Se il desiderio di anticipare la morte è davvero, come ci insegna la letteratura, un fenomeno complesso, dinamico, relazionale e profondamente umano, perché proprio nel momento in cui esso emerge con maggiore forza dovremmo ritirare la presenza di coloro che hanno le competenze più avanzate per comprenderlo e accompagnarlo?

Perché la domanda più radicale del paziente dovrebbe coincidere con l’uscita dell’équipe curante dalla relazione terapeutica? Perché la medicina palliativa dovrebbe considerare concluso il proprio compito proprio quando la sofferenza esistenziale raggiunge la sua massima espressione?

Si può certamente sostenere che il suicidio medicalmente assistito sia incompatibile con una certa idea della medicina.

È una posizione seria e rispettabile. Ma allora il dibattito dovrebbe concentrarsi su questo nodo etico e antropologico, senza evocare una presunta alternativa tra cure palliative e morte assistita.

Perché nessuno di coloro che sostengono una regolamentazione del suicidio medicalmente assistito propone di sostituire le cure palliative.

Al contrario. Le cure palliative dovrebbero essere sempre garantite, precocemente, universalmente e con elevata qualità. Dovrebbero rappresentare una condizione necessaria di ogni percorso decisionale.

Ma proprio per questo esse non possono diventare un argomento per sottrarsi alla relazione.

Nella scorsa legislatura, lavorando alla proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito, ho cercato di mantenere questo equilibrio: riconoscere l’autodeterminazione del paziente senza mai indebolire la centralità delle cure palliative.

Continuo a pensare che il suicidio medicalmente assistito non rappresenti una soluzione alla sofferenza né un’alternativa alla cura. Ma continuo anche a pensare che una medicina palliativa che decide istituzionalmente di non esserci nel momento più difficile rischi di contraddire la propria stessa ragione fondativa.

Le cure palliative non sono una tecnica.

Non sono una procedura.

Sono un’etica della presenza.

Sono nate per abitare i confini dell’esistenza, non per costruirli.

Ed è per questo che credo che il loro compito non sia decidere quali pazienti meritino di essere accompagnati in base alle loro scelte finali, ma continuare a restare accanto a tutti, fino alla fine.

Sempre.

Anche quando la domanda del paziente mette in discussione le nostre convinzioni. Anche quando la sua scelta non coincide con la nostra. Anche quando la complessità non può essere risolta. Perché la relazione di cura non è un premio alla concordanza morale.

È una responsabilità che non dovrebbe mai venire meno.

Giorgio Trizzino

Direttore Sanitario SAMOT ETS

Già deputato 18 legislatura 

08 Giugno 2026

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