Troppa gente in strada e io infermiere che li rimprovero non sono più un eroe ma un impiccione

Troppa gente in strada e io infermiere che li rimprovero non sono più un eroe ma un impiccione

Troppa gente in strada e io infermiere che li rimprovero non sono più un eroe ma un impiccione

Gentile Direttore,
l’ipotesi (perché tale ora è) di una fase 2 sta già istillando un rilassamento rispetto alla paura di contagio diffuso. E, complice la bella stagione, molti iniziano ad aumentare le uscite di casa, più o meno motivate. Non sono un poliziotto e non fermo le persone per avere una giustificazione. Tuttavia, al ritorno dal lavoro in ospedale, vedo sempre più persone in giro.
 
Quando da casa mia vedo decine di passanti senza mascherina, anche ravvicinati, a chiacchierare, tossire, senza cane e senza borse della spesa, mi allarmo e penso: “ma volete proprio venirmi a trovare in pronto soccorso, con dispnea e febbre?”.
 
Se, com’è capitato, invito l’ennesimo gruppetto almeno a distanziarsi e a munirsi di mascherine (che nei nostri comuni sono state distribuite gratis), mi sento mandare a quel paese (“impiccione”). Eppure io sono lo stesso infermiere che molti applaudivano o ringraziavano sui social come mai prima. Ora, se però mi occupo dell’educazione sanitario e della prevenzione (come da profilo professionale) fuori dal mio ospedale, apriti cielo!
 
A questo punto ho chiamato i carabinieri, ricadendo in quello schema di polizia sanitaria a cui siamo dovuti arrivare per contenere la pandemia. E con loro al telefono ho ragionato sul fatto che il rilassamento è proprio dovuto alla inveterata carenza di educazione sanitaria preventiva: come non si teme e si sfida la legge al di fuori dei tribunali, così si non teme e si sfida il contagio fuori dagli ospedali.
 
Nel ridisegnare la sanità territoriale, occorrerà lavorare molto si questi fronti. Parafrasando un vecchio motto, riformato il sistema sanitario italiano, bisognerà riformare gli italiani.
 
Ivan Favarin
Infermiere

22 Aprile 2020

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