Gentile Direttore, di seguito alcune considerazioni aggiuntive a quelle di C. Maffei sul disegno di legge delega per “la riorganizzazione e il potenziamento dell’assistenza territoriale e ospedaliera e per la revisione del modello organizzativo” ex 502/92, approvato lo scorso gennaio dal Governo Meloni.
Con soli quattro articoli si stabilisce che il governo sia delegato a normare entro l’anno (!) ben tredici materie, e lo si fa con mera citazione di titoli senza principi chiari e vincolanti alle vigenti competenze programmatorie delle regioni, salvo che per gli ospedali “di eccellenza” e quelli “elettivi”.
Il Parlamento delegherebbe il governo a adottare uno o più decreti legislativi sull’intera organizzazione del SSN, che verrebbero trasmessi alle commissioni competenti, a prescindere dal cui parere potrebbero essere adottati.
Non si chiarisce come i decreti si applicherebbero in caso di intese in corso e future con le Regioni a statuto ordinario mentre le Regioni a statuto speciale potrebbero anche non attuarli!
Una prassi normativa confusa con l’unica certezza di calpestare il ruolo legislativo nazionale del Parlamento e il principio di uguaglianza dei cittadini (art. 3 Cost.) nel godimento del diritto fondamentale alla salute (art.32 Cost).
L’insieme è velleitario, o meglio demagogico, perché pretende/promette di affrontare tredici grandi criticità del SSN senza prevedere risorse aggiuntive a quelle già stanziate nel Bilancio 2026, ma facendo ricorso esclusivamente a quelle già assegnate.
È sottinteso l’abusato, demagogico ed errato “refrain” del ricorso alla riduzione degli sprechi nel SSN, gestito dalle Regioni, quale fonte di finanziamento dell’innovazione tecnologica che genera non solo più efficacia terapeutica ma anche nuove e più sofisticate attività assistenziali.
Non si vuole tener conto che nel SSN non si possono chiudere dall’oggi al domani i servizi, per quanto inefficienti siano, ma che prima occorre organizzare e sperimentare il nuovo e, solo poi, è possibile eliminare lo spreco o innovare l’obsoleto.
In altre parole, prima vengono gli investimenti, poi arrivano i risultati che consentono di eliminare gli sprechi ed acquisire efficienza ed i relativi risparmi operativi.
Come si fa se nel 2026 le Regioni dovranno coprire una differenza di oltre 7,5 miliardi di euro tra i 136,5 miliardi a disposizione nel 2025, ed i 144 miliardi di spesa sanitaria attesa (cfr. CGIL su dati della Corte dei conti)?
È irrealistico parlare di rafforzamento del SSN, che viene definanziato anno dopo anno, mentre il privato, nell’epoca della finanziarizzazione progressiva, può avvalersi di finanziamenti per investimento quando ritenga conveniente.
Come su accennato l’unico ambito dettagliato riguarda il DM 70/2015, con l’introduzione degli ospedali di “terzo livello” e “elettivi”.
Il problema è che lo stesso DM 70/2015 appare ormai superato, poiché si basa sul criterio obsoleto dei posti letto per mille abitanti e per disciplina, mentre l’evoluzione della medicina ha portato a modelli assistenziali multidisciplinari, centrati su patologie e relativi percorsi di diagnosi, cura e riabilitazione “super specialistici”.
Su questo, non sui posti letto /disciplina, vanno quindi messi a punto ed applicati nuovi criteri di programmazione sanitaria. Oltretutto, gli “ospedali di terzo livello”, con bacino di utenza nazionale o internazionale (!?), includono anche strutture private, fondazioni ed enti ecclesiastici senza scopo di lucro, non formalmente normabili dallo Stato, sì che l’obbiettivo è convenzionarle in alternativa alla realizzazione di ospedali di terzo livello pubblici!
Essendo tali ospedali “infungibili” dalla programmazione regionale ad essa si sottrae disponibilità di posti letto e perdipiù il rischio è che, come il “Bambin Gesù” vengano finanziate direttamente dallo Stato, sottraendo risorse del Fondo sanitario nazionale ai servizi territoriali.
Siamo all’“ospedale cattedrale nel deserto” proprio mentre l’evoluzione della medicina va in direzione opposta, verso una ridottissima ed essenziale ospedalizzazione e una gestione territoriale anche di attività altamente specialistiche.
Gli “ospedali elettivi “, per acuti ma privi di pronto soccorso, riproduce il modello tipico delle strutture private convenzionate, che evitano i costi dell’emergenza-urgenza concentrandosi sulle attività più redditizie e che non possono essere riproposte nel SSN finché, come è oggi, il ruolo reale dei pronto soccorso è di supplire la carenza di servizi territoriali per molte patologie acute non gravi, gestibili meglio da una rete diffusa di poliambulatori specialistici ad accesso diretto, che non ci sono.
Un’assenza significativa, infine: la prevenzione, compresa la medicina del lavoro.
In questo contesto alle mobilitazioni sociali e sindacali non sembra esistere alternativa.
Gianluigi Trianni
Medico di Sanità pubblica
Medicina democratica