Vogliamo davvero un modello sanitario all’americana?

Vogliamo davvero un modello sanitario all’americana?

Vogliamo davvero un modello sanitario all’americana?

Gentile Direttore, il 7 gennaio ha pubblicato sul vostro giornale una lettera del Dr. Luca Pallavicini nella quale si argomentava che la mia proposta di nazionalizzare la sanità privata convenzionata generasse confusione su come funziona il Ssn.

Gentile Direttore,
il 7 gennaio ha pubblicato sul vostro giornale una lettera del Dr. Luca Pallavicini nella quale si argomentava che la mia proposta di nazionalizzare la sanità privata convenzionata generasse confusione su come funziona il Servizio Sanitario Nazionale. Il Dr. Pallavicini, inoltre, spiegava come le strutture private accreditate non ricevano finanziamenti automatici, non operino su base capitaria e non abbiano rendite garantite. Vero! Ma c’è una differenza sostanziale tra strutture private accredidate e quelle private accredidate e in convenzione. Sono solo queste ultime – e non le prime – ad erogare, come afferma il Dott. Pallavacini, prestazioni per conto del Servizio Sanitario Nazionale solo se autorizzate, solo se richieste, solo se rimborsate.

Per fornire qualche numero a chi legge, la remunerazione per le prestazioni in convenzione ha raggiunto nel 2024 la cifra di 25 miliardi. Tuttavia, questo non è l’unico beneficio di cui godono le strutture private convenzionate che, direttemente o indirettamente, drenano risorse preziose al Servizio Sanitario Nazionale.

Andiamo più nel dettaglio. Anzitutto, i privati (convenzionati e non) dispongono di circa 60.000 posti letto contro i 160.000 del SSN, ma la proporzione cambia se si guarda a come sono distribuite tra SSN e privati infrastrutture essenziali come i reparti di terapia intensiva, di neonatologia, di traumatologia  e di emotrasfusione. I privati, infatti, hanno a disposizione circa 470 posti di terapia intensiva, metà dei quali in Lombardia, e concentrati in poche strutture: ciò significa che molti ospedali e cliniche private si appoggiano all’infrastruttura pubblica per effettuare in sicurezza interventi chirurgici, ambulatoriali o di assistenza al parto senza sostenerne in nessun modo i costi. Mantenere operativi i 7.500 posti pubblici di terapia intensiva (costo medio 300.000 euro/letto all’anno) e la rete dei reparti di emotrasfusione, che garantiscono la sicurezza di trattamento e la disponibilità di sangue nelle emergenze, costa invece allo Stato circa 4,5 miliardi l’anno. Una cifra finanziata interamente dai contribuenti.

Purtroppo, non finisce qui. I privati convenzionati, infatti, beneficiano di ulteriori irragionevoli vantaggi, sempre a danno del contribuente: possono scegliere le prestazioni da erogare e dunque di concentrarsi solo sugli interventi elettivi più remunerativi in convenzione (come le protesi, le sostituzioni valvolari, gli stent arteriosi e la radiologia interventistica). A ciò si aggiunge che, di fatto, il rischio d’impresa per le strutture convenzionate è stato praticamente eliminato: diversamente da altri settori, infatti, l’impegno di spesa viene spesso rinnovato automaticamente ogni anno dalle Regioni, senza gara ed in continuità con l’annualità precedente.

Non è quindi un caso che la sanità privata in Italia sia esplosa negli ultimi anni, grazie anche a massicci investimenti privati da parte di fondi internazionali. Se è vero che i pazienti non pagano direttamente le prestazioni in convenzione, è vero, allo stesso tempo, che ogni euro di utile per l’erogatore privato si traduce in un euro dei contribuenti sottratto al Servizio Sanitario Nazionale. In Italia, la spesa in sanità privata ha raggiunto nel 2024 la cifra record di 67 miliardi di euro, di cui 25 miliardi sono andati ai privati accreditati (finanziati dal SSN) e 42 miliardi sono stati di spesa diretta delle famiglie. Molte analisi comparative mostrano una chiara associazione positiva fra la spesa sanitaria totale pro capite e l’aspettativa di vita: i cittadini dei Paesi che investono di più in sanità pubblica, in media, vivono più a lungo; quando si distingue tra pubblico e privato, la spesa privata (assicurazioni) e soprattutto la spesa diretta delle famiglie è invece spesso negativamente associata all’aspettativa di vita.

Senza un servizio sanitario pubblico efficiente, infatti, i cittadini più poveri rinunciano alle cure e sono esposti a spese catastrofiche, con effetti devastanti su esiti clinici e aderenza terapeutica. Il caso estremo è rappresentato dagli Stati Uniti, dove il rapporto tra spesa sanitaria e PIL si attesta intorno al 17%, ma con una forte componente privata (circa metà del finanziamento complessivo). Pur essendo il Paese più ricco del mondo e con la spesa sanitaria più elevata, l’aspettativa di vita negli USA è molto più bassa rispetto ad altri Paesi avanzati. Negli Stati Uniti, infatti, un cittadino vive mediamente tra i 77 e gli 81 anni, contro gli 83,6 di un cittadino italiano. È questo il modello al quale vogliamo ispirarci?

Per tutti i motivi sopra descritti, negli ultimi anni l’Italia è diventata uno dei Paesi con la spesa sanitaria privata più elevata. È dunque urgente invertire questa tendenza prima che incida ulteriormente sulla vita dei cittadini, a partire da una decisa e progressiva riduzione del rilascio di nuove convenzioni ai privati e dalla nazionalizzazione delle strutture convenzionate di interesse strategico che non sopravviverebbero senza il supporto delle convenzioni. Lontana dall’essere una “semplificazione narrativa” (come sostenuto da Pallavicini), questa rappresenterebbe l’unica soluzione in grado di incidere realmente sull’equità e l’accessibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Sen. Andrea Crisanti (PD)
Segretario della Commissione Cultura del Senato

Andrea Crisanti

19 Gennaio 2026

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