Il possibile reclutamento di infermieri tramite la società in house Amos per garantire il funzionamento delle future Case e degli Ospedali di Comunità in Piemonte accende il confronto tra Ordini professionali e sindacati, che chiedono alla politica di affrontare le cause strutturali della carenza di personale anziché ricorrere a soluzioni considerate emergenziali.
“Gli infermieri per il sistema sanitario non sono lavoratori in affitto e non possono essere trattati come una merce da reperire sul mercato ogni volta che il sistema sanitario non riesce a programmare il proprio fabbisogno di personale”, afferma Ivan Bufalo, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e presidente del Coordinamento degli OPI del Piemonte, che interviene per richiamare l’attenzione su quella che considera una deriva pericolosa per il futuro della professione e della sanità pubblica.
Secondo OPI Torino e OPI Cuneo, la questione non può essere liquidata come una semplice scelta organizzativa o gestionale. “Il problema è che si continua a discutere di come trovare infermieri senza affrontare il motivo per cui gli infermieri non scelgono più di lavorare nel Servizio sanitario pubblico. È un approccio miope che rischia di nascondere sotto il tappeto problemi ormai strutturali”, osserva Remo Galaverna, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Cuneo. “La carenza infermieristica non si risolve creando nuovi meccanismi di reclutamento, ma rendendo nuovamente attrattiva una professione che da anni denuncia stipendi insufficienti, carichi di lavoro crescenti, aggressioni, scarse prospettive di carriera e condizioni organizzative sempre più difficili”.
Per gli Ordini, il rischio è quello di considerare strumenti di intermediazione come una risposta strutturale a una crisi che ha invece origini ben più profonde. “Gli infermieri sono professionisti sanitari iscritti a un Ordine, titolari di autonomia professionale e responsabili di atti complessi che incidono direttamente sulla salute delle persone. Non sono una risorsa fungibile da movimentare attraverso meccanismi di somministrazione di lavoro”, sottolinea Ivan Bufalo. “Continuare a ragionare in questi termini significa svilire il valore professionale, sociale e scientifico dell’infermieristica”.
Gli Ordini ribadiscono che l’inserimento degli infermieri nel sistema sanitario deve avvenire prioritariamente attraverso il rapporto di dipendenza con il Servizio Sanitario Nazionale, con le strutture private e private accreditate oppure attraverso forme di autentico esercizio libero-professionale. “Modelli fondati sulla somministrazione di lavoro tramite enti in house, cooperative o altri intermediari rischiano di collocare la professione infermieristica in una dimensione che non le appartiene e che non è coerente con il suo status giuridico e con il ruolo strategico che svolge all’interno del sistema salute”, osserva Remo Galaverna.
OPI Torino e OPI Cuneo evidenziano inoltre una contraddizione che rischia di compromettere gli stessi obiettivi della riforma territoriale. “Si stanno investendo centinaia di milioni di euro nella costruzione di Case e Ospedali di Comunità, ma si continua a ignorare la questione fondamentale: chi ci lavorerà?”, evidenzia Ivan Bufalo. “Senza infermieri sufficienti e adeguatamente valorizzati il rischio è quello di inaugurare strutture che faticano a garantire i servizi per cui sono state progettate. Prima delle mura servono i professionisti”.
Particolarmente critica la valutazione degli Ordini rispetto a chi sostiene tali modelli come soluzione alla carenza di personale. “Sconcerta che, di fronte a una crisi senza precedenti della professione infermieristica, qualcuno ritenga che la risposta sia individuare nuovi intermediari anziché pretendere migliori condizioni di lavoro, valorizzazione economica, assunzioni stabili e percorsi di crescita professionale”, afferma Remo Galaverna. “Difendere gli interessi collettivi significa battersi perché gli infermieri e tutti gli altri professionisti sanitari scelgano di restare nel servizio pubblico, non costruire scorciatoie che rischiano di alimentare ulteriormente la precarizzazione”.
Gli Ordini richiamano infine la politica regionale e nazionale ad assumere una posizione chiara. “Se oggi mancano gli infermieri, non è soltanto per un numero insufficiente di professionisti disponibili, ma anche perché il sistema ha progressivamente smesso di essere attrattivo”, conclude Ivan Bufalo. “Continuare a ignorare questa realtà significa rinviare il problema e condannare il servizio sanitario a rincorrere emergenze sempre più gravi. La politica deve decidere da che parte stare: dalla valorizzazione delle professioni sanitarie o dalla loro progressiva precarizzazione. Su questo punto non possono esistere ambiguità”.
Nursing Up Piemonte e Valle d’Aosta condivide molte delle criticità sollevate dagli Ordini professionali e chiede un confronto trasparente sul modello di reclutamento che si intende adottare. Per il segretario regionale Claudio Delli Carri, il tema non può essere affrontato come una semplice risposta emergenziale alla carenza di personale, ma deve inserirsi in una strategia complessiva di rafforzamento della sanità pubblica. Il sindacato richiama inoltre la necessità di una programmazione coerente delle risorse professionali a quattro anni dall’avvio della riforma territoriale prevista dal DM 77/2022 e sottolinea l’urgenza di investire su condizioni di lavoro, valorizzazione economica e percorsi di carriera per rendere nuovamente attrattiva la professione infermieristica.
“Il punto centrale resta la capacità del sistema di rendere la professione infermieristica attrattiva e riconosciuta. Non è solo una questione numerica, ma di condizioni di lavoro, prospettive di crescita e riconoscimento del ruolo professionale”, dichiara Claudio Delli Carri. E aggiunge: “Dopo quattro anni dall’avvio della riforma territoriale, non possiamo accettare che si arrivi a discutere di soluzioni che rischiano di configurarsi come scorciatoie organizzative. Una situazione che richiama altre esperienze già viste, come l’utilizzo dei concorsi di Azienda Zero di fatto come meccanismo di mobilità del personale, anziché attraverso gli istituti regionali previsti dall’ordinamento. La sanità pubblica ha bisogno di programmazione, regole certe e investimenti strutturali sulle persone”.