Alzheimer. Da Aifa no alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab

Alzheimer. Da Aifa no alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab

Alzheimer. Da Aifa no alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab

La Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco: "Beneficio clinico modesto, rischi non trascurabili. La differenza rispetto al placebo è al di sotto della soglia di rilevanza clinica".

La Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco (Cse) dell’Aifa, nella seduta del 15-19 giugno 2026, ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità delle due specialità medicinali a base dei principi attivi lecanemab e donanemab, anticorpi monoclonali anti-beta-amiloide per il trattamento della malattia di Alzheimer.

La Commissione ha motivato la decisione sottolineando che “l’entità dell’effetto dei due prodotti in termini di rallentamento di progressione della malattia di Alzheimer a 18 mesi appare modesta”. Sia nel gruppo di pazienti trattati con anticorpi anti-beta-amiloide che nei gruppi placebo si è registrato un peggioramento dei punteggi alla scala Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB) a 18 mesi.

Nel dettaglio, la differenza media osservata a livello di gruppo a 18 mesi tra i pazienti trattati con il farmaco attivo e il gruppo placebo è stata di -0,5 punti per lecanemab e -0,69 punti per donanemab. “Appare al di sotto della variazione minima considerata come clinicamente rilevante nel singolo paziente – si legge nella nota – con approcci ancorati a una valutazione globale di cambiamento da parte di un clinico esperto (circa 1 punto nello stadio di mild cognitive impairment, 1-2 punti nello stadio di demenza)”.

La Commissione ha inoltre rilevato che “la maggior parte dei pazienti, sia nei bracci trattati con placebo che in quelli trattati con lecanemab o donanemab, non è progredita in termini di passaggio allo stadio clinico successivo al termine della fase in doppio cieco controllata con placebo di 18 mesi”. In termini assoluti, le differenze tra i gruppi trattati e i rispettivi gruppi placebo nelle percentuali di pazienti progrediti allo stadio successivo di malattia sono risultate intorno al 10%, “una differenza modesta”.

La Commissione ha anche esaminato le analisi a 36 mesi basate sul confronto con coorti esterne identificate dal database ADNI (Alzheimer’s Disease Neuroimaging Initiative), che suggeriscono un beneficio cumulativo crescente nel tempo. “Devono essere interpretate con cautela – ha avvertito la CSE – poiché i confronti con controlli esterni non randomizzati sono intrinsecamente suscettibili a bias e fattori confondenti residui”. In particolare, dopo i 18 mesi la quantità di dati mancanti è considerevole sia nei pazienti trattati che nelle coorti ADNI, “il che aumenta l’incertezza delle stime”.

A fronte di un beneficio clinico modesto, i due farmaci possono causare anomalie di imaging relative all’amiloide (ARIA), caratterizzate come ARIA con edema (ARIA-E) e ARIA con deposito di emosiderina (ARIA-H), che comprendono microemorragia e siderosi superficiale. L’incidenza e la severità aumentano con il numero di alleli APOEe4.

“Le ARIA si verificano generalmente all’inizio del trattamento e sono solitamente asintomatiche, anche se raramente possono verificarsi eventi gravi e pericolosi per la vita”, ha precisato la Commissione. “Le conseguenze cliniche a lungo termine delle ARIA in termini di outcome cognitivi e progressione di malattia rimangono incompletamente caratterizzate”.

La Commissione ha inoltre rilevato che “la corretta selezione dei pazienti da avviare al trattamento, la cui casistica non è ben definita, richiede un impegno organizzativo consistente sul piano delle risorse da dedicare e degli esami strumentali (PET o puntura lombare), unitamente alle procedure diagnostiche necessarie ad escludere controindicazioni e a monitorare eventi avversi (risonanze magnetiche)”.

La Cse ha infine informato i pazienti che nella linea guida italiana “Diagnosi e trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment”, afferente al Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità, sono presenti raccomandazioni forti positive per interventi non farmacologici: la stimolazione cognitiva per il trattamento di sintomi cognitivi in persone con demenza da lieve a moderata e un’ampia gamma di attività volte a promuovere il benessere e l’autonomia, mirate alle preferenze individuali. Per i pazienti con mild cognitive impairment, è presente una raccomandazione forte positiva di offrire interventi di training cognitivo per il trattamento dei sintomi cognitivi.

01 Luglio 2026

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