Arresto cardiaco. Ipotermia dopo rianimazione protegge il cervello

Arresto cardiaco. Ipotermia dopo rianimazione protegge il cervello

Arresto cardiaco. Ipotermia dopo rianimazione protegge il cervello
Dopo un arresto cardiaco, ridurre la temperatura corporea del paziente in coma  a 32-34 gradi C per 24 ore può contenere efficacemente i rischi di ripercussioni neurologiche. Il messaggio arriva dalle nuove linee guida dell’American Academy of Neurology.

(Reuters Health) – “Il problema della protezione cerebrale dopo una rianimazione cardiaca è stato per molti anni un argomento caldo della letteratura accademica”, dice Alejandro Rabinstein, co-autore delle nuove linee guida dell’American Academy of Neurology  e neurologo presso la Mayo Clinic di Rochester in Minnesota.

Le linee guida
Partendo da questa premessa, Rabinstein e colleghi hanno preso in esame le evidenze riguardanti il raffreddamento corporeo dopo arresto cardiaco pubblicate dal 1966 fino all’agosto 2016. Sulla base dei risultati di due ampi studi, viene consigliata l’ipotermia terapeutica per 24 ore, in una forbice che va dai 32 ai 34 gradi C .Le nuove linee guida, pubblicate online su Neurology, dicono anche che è ugualmente efficace raffreddare  il corpo fino a 36 gradi C per 24 ore, riscaldarlo successivamente a 37° C e poi mantenere la temperatura corporea a 37,5 gradi C. “L’aumento della temperatura corporea per 24 ore dopo l’arresto cardiaco dovrebbe essere cosniderato lo standard di cura perché migliora gli esiti neurologici”, ha spiegato Ribenstein. L’American Academy of Neurology suggerisce ai familiari dei pazienti che non rispondono dopo l’arresto cardiaco a informarsi sul trattamento e, se necessario, trasferire il paziente in una struttura che impiegherà l’ ipotermia terapeutica. Ribenstein ha evidenziato come ci sia un sottoutilizzo di questa strategia terapeutica negli Stati Uniti e come sia necessario creare consapevolezza tra l’opinione pubblica sul fatto che si tratta di una terapia che funziona.

Fonte: Neurology

Andrew M. Seaman

(Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science)

Andrew M. Seaman

16 Maggio 2017

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