Caffè. Per un giudice californiano rischio di cancro per chi lo beve. E chiede obbligo di scriverlo sulle tazze delle grandi catene

Caffè. Per un giudice californiano rischio di cancro per chi lo beve. E chiede obbligo di scriverlo sulle tazze delle grandi catene

Caffè. Per un giudice californiano rischio di cancro per chi lo beve. E chiede obbligo di scriverlo sulle tazze delle grandi catene
Starbucks e le altre catene di caffetterie californiane dovranno a breve indicare sulle loro iconiche tazze di caffè il warning ‘può causare il cancro’, assimilando di fatto la bevanda nera ad un pacchetto di sigarette. Una decisione che era nell’aria da fine gennaio, ma che adesso è stata formalizzata da Elihu Berle, giudice della Corte Suprema di Los Angeles. Colpevole di tanto allarme e di richieste di risarcimento milionarie, è l’acrilamide, sostanza che si forma con la tostatura del caffè e che si stima possa causare un caso di tumore in eccesso ogni 100.000 persone

Per gli amanti del caffè arrivano due notizie, una cattiva e una buona. La prima è che il caffè può provocare il cancro. La seconda è che, almeno per ora, questo succede solo in California. Sembra una battuta ma non lo è. Uno zelante giudice della corte suprema di Los Angeles, Elihu Berle, ha stabilito che le principali catene di caffè, Starbucks in testa, da adesso in poi dovranno informare con un warning (simile a quelli presenti sui pacchetti di sigarette) che il caffè può causare il cancro.
 
La pietra dello scandalo è l’acrilamide, che non è un additivo del caffè, ma una sostanza che si forma nel processo di tostatura dei chicchi e che è presente anche nei toast bruciacchiati o nelle patatine fritte. Il rischio stimato per i consumatori di caffè è di un caso di cancro in eccesso ogni 100.000 persone.
 
E poco importa se la letteratura scientifica abbondi di studi che dimostrano quanto il caffè faccia bene alla salute (l’ultimo, uno studio brasiliano pubblicato la scorsa settimana su JAMA, dimostra che il consumo di caffè riduce le calcificazioni coronariche). L’acrilamide nell’immaginario di un’oscura organizzazione no profit, il Council for Education and Research on Toxics (CERT) che, nel 2010, ha denunciato 90 caffetterie californiane per non aver chiaramente indicato la presenza di questa sostanza nei loro prodotti, è il male da sconfiggere. O almeno da dichiarare. A colpi di warning.
 
Come visto, qualche giorno fa il Giudice Berle, ha dato loro ragione e adesso Starbucks e colleghi avranno tempo fino al 10 Aprile per opporsi a questa decisione. E la posta in gioco non è solo di immagine, visto che l’accusatore ha chiesto di applicare una multa pari a 2.500 dollari a persona, per ogni esposizione al cancerogeno in questione dal 2002 in avanti. E in uno Stato come la California che conta 40 milioni di abitanti, questo non è certo affare da poco.
 
La National Coffee Association (NCA) in una nota ha dichiarato che “le etichette di avvertenza (i ‘warning’) sul caffè sarebbe fuorvianti, visto che le linee guida dietetiche del governo americano indicano chiaramente che il consumo di caffè può rientrare in un sano stile di vita”. Ma il giudice Berle è dell’idea che Big Coffee non abbia onorato l’onere della prova, “non avendo fornito prove schiaccianti che il consumo di caffè possa apportare benefici alla salute umana salute”, né che i livelli di acrilamide di una tazza di caffè siano inferiori alla soglia rischio per la salute.
 
E le cose pare non si stiano mettendo troppo bene per Starbucks and co. (prova ne è che molte catene di caffetterie secondo indiscrezioni starebbero già optando per un accordo, senza andare avanti con la causa); il punto è che, secondo Raphael Metzger, legale rappresentante del CERT, Big Coffeeavrebbe impunemente infranto per anni la cosiddetta ‘Prop 65’, una legge dello Stato della California, nota anche come ‘Safe Drinking Water and Toxc Enforcement Act’, approvata nel 1986, che richiede di indicare chiaramente con una speciale etichetta di avvertenza la presenza di una qualsiasi tra le circa 900 sostanze chimiche in grado causare alterazioni congenite o tumori.
 
Nella sostanza dunque, questo gran polverone sarebbe legato più ad un cavillo legale (che potrebbe avere ricadute disastrose per Big Coffee, condannandolo a pagare multe per milioni di dollari), che non ad un reale rischio per la salute legato al consumo di una tazza di caffè. L’alternativa, suggerita dal legale del CERT, è che l’industria del caffè rimuova l’acrilamide dalla bevanda nera bollente. Ma Big Coffee è irremovibile: questo rovinerebbe il gusto del caffè. Meglio l’etichetta di infamia che un caffè senza carattere.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

31 Marzo 2018

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