Cancro. E se l’arma finale si trovasse nello zucchero?

Cancro. E se l’arma finale si trovasse nello zucchero?

Cancro. E se l’arma finale si trovasse nello zucchero?
La soluzione per la cura del cancro potrebbe essere una particolare molecola di glucosio, usata in combinazione con due farmaci che inducono l’apoptosi. Così, secondo uno studio pubblicato su Cancer Research, si portano le cellule tumorali al suicidio.

Per chi ha paura delle carie non sarà una buona notizia, ma per i malati di cancro potrebbe rappresentare la salvezza. Alcuni ricercatori dell’Università di Fukuoka in Giappone e dell’Università della California di San Diego hanno scoperto il modo di avvelenare alcune cellule tumorali tramite lo zucchero. Secondo una ricerca pubblicata su Cancer Research, infatti, l’uso combinato di una specifica molecola di zucchero e una coppia di farmaci porta le cellule di un’ampia varietà di neoplasie al “suicidio”, ovvero innesca il processo di apoptosi, la morte cellulare programmata.
“Molte cellule basano il loro sostentamento esclusivamente sul glucosio”, ha detto Guy Perkins, ricercatore della UCSD, spiegando da dove è nata l’idea alla base della ricerca.
 
La terapia sviluppata dai ricercatori consta di due fasi. Inizialmente, una particolare molecola di zucchero snida una proteina all’interno delle cellule che funziona come una sorta di interruttore. La molecola in questione è un tipo modificato di glucosio, che si chiama 2-deoxyglucose (2-DG).
Una volta che le cellule tumorali sono state così “esposte”, l’interruttore può essere attivato da una coppia di farmaci che attivano l’apoptosi, chiamati ABT-236 e ABT-737. Questi farmaci funzionano solo sulle cellule tumorali che sono state precedentemente trattate con la molecola 2-DG, lasciando le altre completamente intatte.
 
I ricercatori hanno quindi testato la terapia su alcuni animali. In questo modo hanno dimostrato come la molecola 2-DG si accumulasse prevalentemente nelle cellule tumorali, che poi potevano essere condotte alla morte cellulare programmata grazie ai due farmaci. Sulle cavie il trattamento ha funzionato per curare un grande numero di neoplasie: dalla leucemia all’epatocarcinoma, dal tumore ai polmoni a quello al seno, fino ad arrivare al cancro cervicale. La terapia, inoltre, non funzionava solo a stadi iniziali di sviluppo delle neoplasie, ma dimostrava la sua efficacia anche su tumori alla prostata difficili da trattare in altra maniera, perché resistenti alla chemioterapia o con un grande numero di metastasi.
“Poiché la combinazione della molecola e dei farmaci induce un’apoptosi rapida attraverso gli stessi mitocondri delle cellule malate, si corre un rischio minimo che mutazioni genetiche possano mettere al riparo i tumori dal trattamento”, ha spiegato ancora Perkins.
 
La nuova terapia potrebbe quindi essere utile per molti tipi di cancro. Ma ovviamente non per tutti, come hanno precisato i ricercatori. “Ci sono alcuni tumori che sono resistenti anche a questo approccio, oppure pazienti in cui potrebbe causare una pericolosa diminuzione di globuli bianchi (linfopenia) o piastrine (trombopenia)”, ha spiegato Ryuji Yamaguchi, primo ricercatore dello studio. Ma gli scienziati promettono già che presto sarà pronta la soluzione alternativa anche per questo tipo di pazienti, forse a base di cellule staminali ematopoietiche, da trapiantare dopo la cura.
 
Laura Berardi

08 Dicembre 2011

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