Covid. Inibitori delle attività delle citochine pro infiammatorie “IL-1 e IL-6” riducono efficacia dei vaccini

Covid. Inibitori delle attività delle citochine pro infiammatorie “IL-1 e IL-6” riducono efficacia dei vaccini

Covid. Inibitori delle attività delle citochine pro infiammatorie “IL-1 e IL-6” riducono efficacia dei vaccini
Due studi, di cui uno italiano, mettono in dubbio l’efficacia della somministrazione degli inibitori delle citochine pro infiammatorie interleuchina-1 (IL-1) e IL-6 nei pazienti Covid. Lo studio italiano, in particolare, ha messo in evidenza come la terapia con gli inibitori abbia inciso negativamente sull’attività neutralizzante degli anticorpi anti-Sars-CoV-2 in un terzo dei pazienti osservati.

(Reuters Health) – La somministrazione di farmaci che inibiscono l’attività delle citochine pro infiammatorie interleuchina-1 (IL-1) e IL-6 non darebbe alcun supporto ai malati di COVID-19. A evidenziarlo è un trial clinico pubblicato su The Lancet Respiratory Medicine, mentre un altro studio, apparso su The Lancet Rheumatology, ha evidenziato che questi medicinali potrebbero avere degli svantaggi sui pazienti.

Nella prima ricerca, il trial COV-AID, scienziati belgi, guidati da Jozefien Declercq dell’University Hospital Ghent, hanno studiato 342 adulti con COVID-19, insufficienza respiratoria ipossica e segni di sindrome da rilascio delle citochine sistemiche. I soggetti sono stati divisi in quattro gruppi, di cui uno trattato con l’inibitore dell’IL-1 e uno senza, e un terzo in terapia con l’inibitore IL-6 e l’ultimo senza blocco di questa interleuchina.

Dai risultati i ricercatori hanno concluso che non c’è “beneficio dall’inibizione dell’IL-1 e l’IL-6 sul tempo di miglioramento clinico, con una mortalità a 28 giorni da bassa a moderata”, come spiega Declercq. Il tempo mediano stimato per il miglioramento clinico, infatti, è stato di 12 giorni, con o senza inibitori di IL-1, e di 11 giorni con l’anti-IL-6, rispetto a 12 senza.

Inoltre, non vi erano differenze tra i pazienti con elevati livelli di citochine al baseline e non c’erano differenze in termini di mortalità, tra i gruppi di trattamento. Infine, l’incidenza di eventi avversi gravi e infezioni è stata simile tra i gruppi in studio. Secondo i ricercatori “sono necessari ulteriori indagini per determinare se alcuni sottogruppi specifici di pazienti possono trarre beneficio da questi farmaci o se esistono biomarkers per identificare i responders in modo più accurato”.

Uno studio italiano, guidato da Emanuel Della-Torre dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha indagato, invece, i potenziali danni della somministrazione di inibitori di IL-1 e IL-6. Su un numero ristretto di pazienti è stato osservato che le terapie anti-IL-1 e anti-IL-6, usate per il trattamento del COVID-19 grave, hanno influenzato negativamente l’attività neutralizzante degli anticorpi anti-SARS-CoV-2, con una riduzione di questa del 33%, nei pazienti trattati con anti-IL-1, e del 39%, tra quelli trattati con anti-IL-6, al giorno 30.

Inoltre, al giorno 60, l’attività neutralizzante mediana era inferiore nei pazienti trattati con l’inibitore dell’IL-1, del 32%, e con inibitori dell’IL-6, del 33%, rispetto alle cure standard; risultati che sollevano preoccupazioni sull’uso di questi farmaci nei malati di COVID-19. In particolare, secondo gli autori, la riduzione dell’attività neutralizzante evidenziata richiede un’attenta rivalutazione dei rischio di reinfezione e di malattia grave nei pazienti trattati con anti-IL-6. Inoltre, l’efficacia della strategia che prevede la somministrazione di una sola dose di vaccino per le persone che sono guarite dal COVID-19 potrebbe non funzionare se il paziente è stato trattato con inibitori dell’IL-6.

Fonte: The Lancet Respiratory Medicine e The Lancet Rheumatology

Staff Reuters

(Versione italiana Daily Health Industry)

09 Novembre 2021

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