Gli antiacido promettono di curare il cancro

Gli antiacido promettono di curare il cancro

Gli antiacido promettono di curare il cancro
Un simposio all’Istituto superiore di sanità fa il punto su un nuovo approccio ai tumori che potrebbe rivoluzionarne il trattamento. Sfruttare l’acidità che li caratterizza per frenarli o ucciderli.
Due piccoli trial italiano confermano l’efficacia dell’approccio, ma servono ulteriori risorse per confermare i risultati in studi più ampi.  

Curare il cancro con gli inibitori di pompa protonica. Sembra l’ennesima promessa da quattro soldi da dare in pasto alla disperazione dei malati.
Invece è un (quasi) inedito filone di ricerca che, con tutte le cautele del caso, potrebbe avere sviluppi straordinari.
L’argomento è stata la star della mattinata del primo Simposio dall’International Society for Proton Dynamics in Cancer (Ispdc) in corso all’Istituto superiore di sanità. L’Ispdc è una neonata società scientifica presieduta dal direttore del Reparto Farmaci antitumorali dell’ISS, Stefano Fais, che ha al centro della sua attività di ricerca una peculiare caratteristica dei tumori: comprendere meglio i meccanismi che consentono ai tumori di vivere in un ambiente ostile.

  Il nesso tra acidità e tumori è una vecchia ipotesi – forse – troppo frettolosamente accantonata dalla ricerca. Risale infatti agli Venti del secolo scorso, quando il premio Nobel Otto Heinrich Warburg, mise in luce che al di là di tutte le anomalie che si possono riscontrare nelle cellule tumorali, “c’è una sola causa originaria. Detto in poche parole – affermava Warburg in una rivisitazione della Lecture del Nobel – la prima causa del cancro è la sostituzione della respirazione dell’ossigeno che avviene in una cellula sana con la fermentazione dello zucchero”.
È da questo cambiamento nel metabolismo dei tumori che nasce una loro peculiare caratteristica: il microambiente tumorale è talmente acido che una qualunque cellula sana morirebbe a simili livelli di Ph.
“Le cellule tumorali «usano» l’acidità per isolarsi dall’ambiente circostante”, ha spiegato Fais. “E la loro acidità potrebbe essere una delle ragioni per cui i trattamenti oggi in uso – che sono tendenzialmente delle «basi deboli» – hanno una efficacia limitata. Il microambiente tumorale, in pratica, potrebbe essere in grado di neutralizzarli”.
Già, perché secondo Fais è giunto il momento di ammetterlo senza ipocrisia: nel caso del trattamento dei tumori, i progressi degli ultimi decenni sono stati molto limitati e “soprattutto i tumori avanzati restano incurabili. Questa è una cosa che nel 2010 è insopportabile”, ha affermato il ricercatore.
Eppure la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante. Il sequenziamento del genoma è stata soltanto l’ultima, gloriosa, tappa di questo progresso. “Ma la genomica è un ottimo modo per fare scienza, non medicina”, ha sottolineato Fais. Una sentenza azzeccata per denunciare l’abisso che ancora separa la ricerca di base da quella clinica, che vede negli ultimi anni un inedito capovolgimento di scenario, con la prima che assorbe una quantità cospicua di risorse a scapito della seconda.
 
Ma in questo scenario desolante, “di fronte a questo fallimento”, che fare?
Stefano Fais cita Borges per descrivere l’approccio che dovrebbe guidare gli scienziati: “Se mi fosse dato di rivivere la mia vita, la prossima volta mi piacerebbe fare più errori”, affermava lo scrittore argentino in una riflessione. Un modo per dire che bisogna provare con altre strade, magari sbagliando, “ma dobbiamo provarci” ribatte Fais.
E la strada scelta dai ricercatori provenienti da tutto il mondo e riunitisi oggi all’Iss è quella di rispolverare la tesi di Warburg e concentrarsi sull’acidità del cancro e sulle sostanze che hanno la capacità di contrastarla o
Una strada che per il momento sembra molto promettente e che affida un nuovo ruolo a una comunissima classe di farmaci, gli inibitori di pompa protonica.
 
Questa classe di farmaci, che secondo il rapporto Osmed 2009 si situa al quarto posto tra i medicinali più usati dagli italiani, sarebbe in grado di alterare irreversibilmente la capacità delle cellule tumorali di mantenere il loro caratteristico microambiente acido, mandandole incontro a morte o, comunque, limitando la loro capacità di “opporsi” alla terapia convenzionale.
Un’ipotesi, quest’ultima, confermata da trial italiani presentati presentati all’incontro di oggi all’Iss. Condotti l’uno all’Istituto dei Tumori di Milano e all’Università di Siena, l’altro dal Gruppo Italiano dei sarcomi a Bologna, sono stati finanziati rispettivamente da Iss e AstraZeneca e dall’Aifa e dimostrano l’efficacia di un trattamento con alte dosi (200 mg) di inibitori di pompa protonica nell’aumentare la risposta al trattamento convenzionale in due tumori particolarmente aggressivi: il melanoma e l’osteosarcoma.
I due studi, pur avvalendosi di campioni molto ristretti (30 pazienti per il melanoma, 80 per l’osteosarcoma), hanno prodotto risultati molto incoraggianti. “Nel caso del melanoma è stato osservato un incremento dei pazienti in malattia stabile, nel caso dell’osteosarcoma una riduzione dei pazienti con necrosi ossea”, ha illustrato Fais. Sull’entità del miglioramento il ricercatore non si sbilancia: “I risultati sono incoraggianti, ma vista l’esiguità del campione studiato, meglio non dare troppo peso ai numeri”.
Servono trial più ampi, insomma, e risorse per metterli in atto. Ed è una sfida non semplice quella del reperimento di risorse per sperimentare farmaci che sono da decenni sul mercato – e spesso a brevetto scaduto – per un approccio terapeutico non convenzionale, che rimette in discussione conoscenze considerate consolidate.
Intanto, però, i risultati odierni sdoganano l’approccio. Che, se venisse confermato, consentirebbe non solo di migliorare il trattamento dei tumori, ma anche di ottenere sostanziose riduzioni nella spesa per farmaci antitumorali.
 
Antonino Michienzi 

27 Settembre 2010

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