Il mercato dei generici aumenta ma non decolla

Il mercato dei generici aumenta ma non decolla

Il mercato dei generici aumenta ma non decolla
Nel 2009 gli equivalenti rappresentano il 47 per cento del consumo complessivo di farmaci, una quota molto inferiore a Paesi come gli Usa dove raggiungono l’80 per cento.
A pagare le spese sono Servizio sanitario nazionale e i produttori che, per la scarsità dei volumi di vendita, non possono abbassare ulteriormente i prezzi. Dialogo sui farmaci ha analizza la tendenza con uno studio sulle prescrizioni in Veneto. 

Nonostante un consistente aumento nei consumi, il mercato dei generici in Italia stenta ad affermarsi. E a rimanere indietro è soprattutto il generico puro, il cosiddetto unbranded, a cui spesso i medici preferiscono i farmaci di griffe (i cosiddetti branded). Questi ultimi, tuttavia, pur possedendo le stesse caratteristiche quali-quantitative in principi attivi, la stessa forma farmaceutica e le stesse indicazioni terapeutiche, tendenzialmente hanno un costo superiore del farmaco unbranded.La tendenza emerge da un’analisi condotta da Dialogo sui Farmaci – la rivista di proprietà dell’ULSS 20 di Verona e dell’Azienda Ospedaliera di Verona – sui consumi di equivalenti nella Regione Veneto.
In Italia, rileva lo studio, calcolando il numero di dosi assunte in un giorno ogni 1000 abitanti (DDD/1000 ab/die), gli equivalenti nel 2009 rappresentano il 47 per cento del consumo complessivo di farmaci (in Usa è l’80 per cento, tanto per fare un raffronto). Tuttavia, essendo più economici rispetto ai medicinali con brevetto, contano soltanto il 27 per cento circa della spesa complessiva dei farmaci di fascia A rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale.Ma, al di là dei dati generali, è il dettaglio del Veneto fotografato dalla rivista a spiegare cosa succede realmente sul territorio. I dati si riferiscono al quinquennio 2005-2009 e sono relativi alle classi di farmaci più prescritte: inibitori di pompa protonica, statine e bifosfonati.
Rispetto al 2006 l’utilizzo degli equivalenti è aumentato sostanzialmente. “Tuttavia potrebbe andare molto meglio”, si sottolinea in una nota della rivista. “Ad esempio, alla scadenza del brevetto i medici si orientano di frequente verso altri principi attivi simili ma con brevetto, o anche verso altre classi terapeutiche come succede con i farmaci per l’ipertensione: invece di orientarsi verso una classe di farmaci con i brevetti quasi tutti scaduti, come gli ACE inibitori (per l’ipertensione arteriosa), i medici tendono a prescrivere medicinali di altre classi terapeutiche con brevetto, come i sartani (altri antipertensivi). Inoltre, sempre nel panorama dei farmaci equivalenti, preferiscono prescrivere i medicinali branded, nonostante i generici puri in molti casi siano ancora più economici. E così il rapporto tra branded e unbranded è sbilanciato a tal punto che quelli di marca rappresentano il 75 per cento del consumo totale di equivalenti”.Quindi, dal momento che le aziende produttrici di generici puri hanno ridottissimi volumi di vendita e quote di mercato così limitate è particolarmente difficile l’abbassamento ulteriore dei prezzi.
A farne le spese, in definitiva, è il Servizio sanitario nazionale che non gode di un possibile risparmio e i pazienti che devono pagare la differenza di prezzo per acquistare i farmaci griffati, quando esistono alternative più economiche. “Sarebbe quindi doveroso e conveniente – concludono i ricercatori – avviare politiche che favoriscano misure idonee a incentivare la prescrizione dei generici da parte dei medici”.

24 Dicembre 2010

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