Influenza. La ricerca sul “supervirus letale” va diffusa? Scienziati sempre più divisi

Influenza. La ricerca sul “supervirus letale” va diffusa? Scienziati sempre più divisi

Influenza. La ricerca sul “supervirus letale” va diffusa? Scienziati sempre più divisi
Continua su Nature il dibattito tra chi sostiene che pubblicare tutte le informazioni sia pericoloso e chi invece pensa sia l’unico modo per difendersi dal virus, se questo si dovesse diffondere. Ma qualcuno solleva anche altri dubbi: chi decide quale studio si può pubblicare?

Amy Patterson è la direttrice dell’Ufficio delle Politiche Scientifiche dei National Institutes of Health (NIH). Il suo organico è quello che amministra lo U.S. National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB), l’organo che a dicembre aveva chiesto agli editori delle riviste Nature e Science di omettere parte dei dati forniti dai due gruppi di ricerca che hanno ottenuto una variante estremamente contagiosa del virus dell'influenza aviaria H5N1 (leggi su Quotidiano Sanità). Il motivo è presto detto: queste informazioni possono rappresentare un rischio per la salute globale, se finiscono nelle mani sbagliate.
Il suo parere è solo uno di quelli pubblicati questa settimana sulle pagine di Nature, sulle quali si sta sviluppando un dibattito su scala globale lanciato proprio dai primi in ordine di tempo ad aver creato il pericoloso ceppo. I ricercatori olandesi dell'Erasmus Medical Centre di Rotterdam hanno infatti raccolto in un unico articolo i pensieri di 10 esperti a livello internazionale, che si affiancano ai commenti di altri specialisti, pubblicati sempre questa settimana sulla rivista.

I contrari
Quando le si domanda se si rende conto che è la prima volta nella storia del NSABB che si chiede di non pubblicare parte di uno studio, Amy Patterson ha la risposta pronta. “Non c’è mai stata una situazione simile a questa, prima di oggi. Nessuno studio prima di questi conteneva delle informazioni così importanti – capaci di influire positivamente sulla ricerca e sulla salute pubblica – e contemporaneamente pericolose, tanto da sollevare questioni di pubblica sicurezza”.
Non stupisce che gli articoli possano mettere paura. Questi spiegano come ricercatori olandesi, americani e giapponesi siano riusciti ad ottenere una variante estremamente contagiosa del virus dell'influenza aviaria H5N1 grazie a 5 modificazioni genetiche. “Pubblicare la ricerca che spiega come si fa a fare questa cosa, cosicché qualunque pazzo possa riprodurla, è un’idea sbagliatissima”, aveva commentato Thomas Inglesby, direttore del Centro per la Biosicurezza dell’Università di Pittsburgh quando era stata diffusa la notizia.
E non sono certo gli unici esperti a pensare che studi di questo tipo possano essere una minaccia. A dirlo sulle pagine di Nature, oltre a Donald Henderson, collega di Inglesby a Pittsburgh, è anche Kwok-Yunk Yuen, dell’Università di Honk Kong: “Chi vive nella mia parte del mondo sa quale pericolo siano gli agenti chimici nelle mani sbagliate. Nelle guerre che abbiamo combattuto nel secolo scorso è già capitato che civili cinesi venissero infettati da patogeni come quello che porta alla Peste nera. Per questo mi sembra sensata la richiesta del NSABB di mantenere il riserbo su parte dei dati”.

I favorevoli
C’è anche chi è convinto che siano proprio questo tipo di studi che ci salveranno in caso di guerra biologica, o di catastrofe naturale. Ad esempio questo è il caso di Peter Palese, docente della Mount Sinai School of Medicine di New York, che a riguardo ha pubblicato un commento sempre su Nature. Il ricercatore era stato al centro di un dibattito simile, seppur dai toni più pacati, quando nel 2005 col suo team era riuscito a ricreare in laboratorio il virus dell’influenza spagnola che nel 1918 aveva ucciso quasi 50 milioni di persone nel mondo. “Sebbene questo tipo di ricerche possano sembrare una pericolosa follia, in realtà sono tutt’altro: rappresentano l’unico modo che abbiamo di capire come un virus così letale può generarsi e come può essere combattuto, rendendo dunque il mondo un posto più sicuro”.
Anche con la ricerca di Palese, il NSABB aveva posto dei dubbi, che però poi erano stati fugati. “La discussione allora fu costruttiva – ha spiegato il docente – e in una settimana riuscimmo a convincere gli esperti dell’organo governativo che pubblicare i nostri risultati sarebbe potuto essere utile agli altri scienziati nel mondo. E soprattutto che la ricerca poteva essere condotta in tutta sicurezza, grazie alle misure molto restrittive di biocontenimento del virus che adottavamo in laboratorio: più un patogeno è pericoloso, più bisogna stare attenti, chiaramente, ma fermare del tutto la ricerca non ci proteggerà affatto, anzi renderà la nostra società più vulnerabile”.
Della stessa idea sono anche David Heymann, della Chatham House di Londra, e Jeffery Taubenberger, del National Institute of Allergy and Infectuous Diseases statunitense, che ha commentato: “I ricercatori devono essere messi nelle condizioni di continuare a lavorare nella maniera più libera e nella massima sicurezza. E per questo serve che si continui a discutere pubblicamente di questi risultati”.

I rischi ad oggi
Tra tutti c’è anche chi pone l’accento sul problema dei pericoli legati non tanto al bioterrorismo, quanto agli errori umani e alla relativa sicurezza dei laboratori stessi in cui si studiano i virus più contagiosi. “Abbiamo calcolato che se 42 laboratori studiano un agente patogeno per un anno c’è una probabilità del 34% che ci sia una fuga del virus, se consideriamo un periodo di studio di 4 anni la percentuale sale all’80%”, avvertono Lynn Klotz e Ed Sylvester, della Arizona State University.
Senza pensare a tutto quello che potrebbe non funzionare mentre si conduce la ricerca. “Mettersi a creare nuovi rischi di sana pianta non è una buona idea”, ha detto Richard Ebright, della Rutgers University. “Farlo in biologia, dove le cose che potrebbero andare storte sono quasi infinite, è a maggior ragione controproduttivo. Basta pensare a quanto è facile per noi creare questi virus in laboratorio, ma quanto è difficile poi combatterli quando si diffondono naturalmente”.

Ma soprattutto, chi decide cosa va pubblicato?
Oltre a tutti i problemi elencati, ne sorgono altri di carattere ontologico e professionale. È lo stesso Ron Fouchier, coordinatore del team dell'Erasmus Medical Centre di Rotterdam che ha presentato la prima delle ricerche sul ceppo mutato di H5N1, a domandarsi – non senza polemica – chi è che deve prendere questo tipo di decisioni. “Il virus dell’influenza è un problema globale, ma ad oggi sembra vogliano essere i soli Stati Uniti e i loro organi governativi a decidere quale ricerca va pubblicata e quale no. E la domanda allora sorge spontanea: se parte dei risultati saranno pubblici e altri invece disponibili ad accesso limitato, chi sarà a decidere chi potrà accedere a tutti i file? Sempre il NSABB? E a che titolo?”.
Un problema che si pone a lungo termine, dunque, e che lascia aperte numerose questioni. “Bisogna trovare una soluzione che risolva il problema sia su breve che su ampio periodo”, ha commentato John Steinburner dell’Università del Maryland, sempre dalle pagine di Nature. “Chi è che decide a chi bisogna fornire tutti i dati della ricerca? E chi è che monitora che non finiscano nelle mani sbagliate?”.
Una domanda alla quale, per ora, nessuno ha saputo dare risposta.

Laura Berardi

Laura Berardi

17 Gennaio 2012

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