L’Aids fa meno paura. Dal 1996 la vita dei malati si è allungata di 15 anni

L’Aids fa meno paura. Dal 1996 la vita dei malati si è allungata di 15 anni

L’Aids fa meno paura. Dal 1996 la vita dei malati si è allungata di 15 anni
Un ventenne che si infetta oggi può aspirare a vivere fino a 66 anni se maschio e 76 anni se femmina. Merito dei nuovi farmaci antiretrovirali e della diagnosi precoce. Il punto su uno studio inglese pubblicato sul British Medical Journal

I malati di Hiv/Aids continuano a guadagnare posizioni nel tiro alla fune contro il virus dell’Hiv. E, un passo alla volta, stanno avvicinando la loro aspettativa di vita a quella della popolazione generale. L’obiettivo mai quanto oggi è apparso possibile, come conferma uno studio condotto in Gran Bretagna e pubblicato ieri sul British Medical Journal.
La ricerca ha infatti mostrato che dal 1996 al 2008 la vita delle persone sieropositive si è allungata in media di 15 anni. In pratica, un ventenne che si infettava nel 1996 poteva sperare di vivere fino a 50 anni, oggi fino a quasi 66 anni. E per le donne, l’aspettativa di vita è più lunga addirittura di 10 anni.
Un bel salto in avanti, ottenuto soprattutto grazie ai progressi nella terapia antiretrovirale e alla diagnosi precoce.
Il momento in cui si inizia la terapia antiretrovirale ha infatti un impatto decisivo sull’aspettativa di vita: quanto più è precoce tanto più è probabile rallentare i danni della malattia. È un ulteriore dato emerso dallo studio che ha messo in relazione i livelli di cellule CD4 al momento dell’inizio del trattamento con l’aspettativa di vita. Se sono inferiori a 100 cellule per millimetro cubico di sangue l’attesa è di 38 anni, cresce a 41 per valori compresi 100 e 199, a 53 anni per valori tra 200 e 350 cellule/mm3.

“L’aspettativa di vita nelle persone Hiv positive è aumentata in maniera significativa tra il 1996 e il 2008 e ci aspettiamo ulteriori progressi per i pazienti che iniziano la terapia antiretrovirale oggi usando i farmaci di ultima generazione secondo le indicazioni delle linee guida che raccomandano l’inizio del trattamento quanto prima possibile”, hanno scritto gli autori che hanno ricordato come ci sia “la necessità di identificare le persone Hiv positive precocemente per evitare i pesanti effetti negativi sull’aspettativa di vita che conseguono all’avvio della terapia quando la conta dei CD4 scende sotto le 200 cellule per millimetro cubico”.

Cauti, in un editoriale pubblicato a corredo dello studio, Elena Losina e Kenneth A. Freedberg, rispettivamente del Brigham and Women’s Hospital e del Massachusetts General Hospital di Boston. I risultati incoraggianti non sono validi per tutte le persone con Hiv, hanno spiegato. Nonostante ciò lo studio sottolinea l’importanza “dell’aumento dei tassi di screening per l’Hiv e dell’offerta contestuale di un’assistenza e un trattamento continuo. Se questi fattori miglioreranno allora tutte le persone infettata dall’Hiv potranno godere dei benefici promessi dai trattamenti”.
Resta infatti questo il nodo principale: la diagnosi precoce e l’accesso a cure di qualità. Aspetti che, se non è scontato nei paesi occidentali, sono una chimera nei paesi a basso e medio reddito dove si concentra la maggioranza delle persone Hiv positive. Basti pensare che dei 33 milioni di persone Hiv positive, 22,5 vivono nell’Africa Sub-sahariana dove si verificano 1,3 degli 1,8 milioni di decessi annui. Quanto ai nuovi casi di positività all’Hiv, il 97 per cento si registrano nei paesi a basso e medio reddito.
 
 
Antonino Michienzi

Antonino Michienzi

13 Ottobre 2011

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