La spesa farmaceutica va disancorata da quella del Ssn

La spesa farmaceutica va disancorata da quella del Ssn

La spesa farmaceutica va disancorata da quella del Ssn
L’aumento annuale del FSN dell’1% circa (quando va bene) e quindi di riflesso del budget per i farmaci ad esso ancorato, non è per quest’ultimo sufficiente, non corrisponde a quanto necessario affinché sia garantita la rimborsabilità delle più nuove e migliori terapie farmacologiche

È come la vecchia barzelletta di quello che entra in autostrada e sente per radio il concitato avviso “attenzione, pericolo, c’è un’auto contromano!” e, guardando davanti, allarmato esclama “ma non è solo una, sono dieci, cento, mille!!”
 
Così sembra fare chi si straccia le vesti, moderno epigono di Caifa, perché spendiamo troppo in farmaci, guardando come la spesa farma ha ecceduto ancora una volta, stavolta anche di più del solito, il suo tetto, vedi i dati AIFA di ieri sul primo trimestre 2019 (rosso del 20% in più sul budget, + 845 milioni)
 
Tutti sforano, o quasi: delle 21 regioni italiane solo 1, la Valle d’Aosta (col massimo rispetto, non la più significativa) è nel budget. Tutte le altre sono appunto in rosso, anche pesante. Insomma è il budget, il tetto di spesa, ad andare contromano, ad essere perennemente sottodimensionato, e non le Regioni che spendono per curare i propri cittadini
 
E pensare che l’ultimo anno è stato pure quello in cui l’AIFA, per varie ragioni alcune anche al di fuori della sua volontà, ha approvato la rimborsabilità per il minor numero di nuovi farmaci da quando è stata costituita una dozzina di anni fa. Quindi lo sfondamento poteva essere parecchio superiore se, come avrebbe dovuto essere, si fossero rimborsate le nuove terapie approvate da EMA, come puntualmente avvenuto negli altri Paesi EU per i loro pazienti, più fortunati di noi.
 
Già partiamo da una spesa farmaceutica SSN pro capite tra le più basse non solo in EU ma in tutta l’OCSE, poi negli ultimi anni arriva un’onda di nuovi farmaci e indicazioni che migliorano le terapie, anche combinandone due o più, oppure alcuni prendendo il posto, migliorandole, di vecchie terapie dal costo irrisorio (es. in patologie infiammatorie croniche della cute, dell’intestino od osteoarticolari), o anche altri già rimborsati e ora dimostratisi efficaci in linee più precoci di trattamento (es. adiuvante o neo adiuvante), quindi dall’impatto epidemiologico, e quindi sulla spesa, più elevato.
 
Insomma dinamiche evolutive che migliorano enormemente gli esiti terapeutici ma inevitabilmente costano di più. “Nessun pasto è gratis”, ricordava il Nobel Friedman, figuriamoci curare meglio un cancro o una malattia infiammatoria cronica.    
 
La verità è che quel tetto è “ab initio” dimensionato proprio male, nasce insomma assai sottopeso, specialmente la quota degli acquisti diretti, ex ospedaliera, e ha continuato a crescere sempre più gracile, nel suo sottodimensionamento rispetto alla fisiologica crescita della domanda e dell’offerta, tanto che non c’è anno in cui non sia andato in rosso.
 
Nonostante le tante misure, anche sulla convenzionata, inclusa la tosatura delle farmacie al pubblico con la Distribuzione Diretta e quella “per conto” e la sempre più onerosa compartecipazione alla spesa del cittadino (1,6 miliardi su 7,7 di convenzionata netta nel 2018)
 
Ma allora perché non calcolarlo finalmente bene quel tetto, visto che è perennemente insufficiente? Insomma dobbiamo tornare alle elementari col pallottoliere (ai miei tempi c’era ancora)?
 
O forse invece siamo da sempre tutti compari di una sottesa ipocrisia: tanto il tetto sarà anche quest’anno sfondato così le imprese dovranno pagare il payback (clawback), che di fatto è un modo doroteo, ovvero furbetto, per abbassare indirettamente i prezzi reali di rimborso.
 
Ma c’è un bias di fondo, un peccato originale nella sua genesi. Che riguarda la decisone di politica economica, non l’organo esecutore ovvero l’AIFA. Il tetto della spesa farmaceutica pubblica, in un sistema equilibrato di policy pubbliche andrebbe definito in relazione ai bisogni sanitari, ovvero alla domanda, e in base all’offerta, ovvero ai nuovi farmaci che la ricerca e sviluppo porta al mercato ed EMA approva dopo accuratissima valutazione.
 
Il peccato originale è l’essere ancorato, come è oggi e da anni, al FSN (il suo 14,85%), la qual cosa non consente di adeguarne la giusta dimensione alla naturale spinta inflativa che l’innovazione farmaceutica, con tutti i suoi benefici terapeutici, apporta. Spinta inflattiva diversa, superiore, rispetta a quella generata dalla domanda sanitaria tout court.
 
In altre parole, l’aumento annuale del FSN dell’1% circa (quando va bene) e quindi di riflesso del budget per i farmaci ad esso ancorato, non è per quest’ultimo sufficiente, non corrisponde a quanto necessario affinché sia garantita la rimborsabilità delle più nuove e migliori terapie farmacologiche.
 
Le due curve di domanda di risorse, quella del SSN nel suo insieme e quella specifica della spesa farmaceutica, hanno quindi pendenze di crescita con ripidità ben diverse tra di esse che ne rendono incompatibile l’andamento congiunto ma che ne richiedono il necessario disancoramento della seconda dalla prima.
 
Sono dinamiche che, a meno di limitare la disponibilità delle nuove e migliori terapie, la politica economica non può più trascurare come fatto finora, fingendo che ad andare contromano in autostrada non sia lei ma tutti gli altri.
 
 
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

Fabrizio Gianfrate

02 Settembre 2019

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