Patologie tiroidee da amiodarone: ecco come trattarle

Patologie tiroidee da amiodarone: ecco come trattarle

Patologie tiroidee da amiodarone: ecco come trattarle
L’amiodarone, efficace e collaudato farmaco antiaritmico, può causare un ampio ventaglio di alterazioni della funzionalità tiroidea: dall’ipotiroidismo indotto da amiodarone, alla tireotossicosi associata all’amiodarone. Questo è dovuto al fatto che la sua molecola è ricca di iodio, ma anche alle sue caratteristiche farmacologiche (inibisce la conversione periferica di T4 in T3). Su European Thyroid Journal, le nuove linee guida di trattamento della European Thyroid Association

Fino ad un paziente su cinque di quelli trattati con amiodarone sviluppa ipotiroidismo o tireotossicosi da amiodarone, più facilmente nei pazienti con una sottostante tiroidite cronica autoimmune.


 


Nel caso dell’ipotiroidismo da amiodarone il trattamento prevede la somministrazione di levotiroxina (dosata in modo da normalizzare T3 e T4 e di mantenere i valori di TSH tra il limite superiore di normalità o anche a valori un po’ più elevati, per evitare il rischio di un trattamento eccessivo), con controllo dei test di funzionalità tiroidea ad intervalli di 4-6 mesi; la terapia con amiodarone può essere proseguita.


 


Nel caso in cui l’amiodarone venga sospeso, i test di funzionalità tiroidea (tranne nel caso di una preesistente patologia tiroidea) tendono a normalizzarsi in un caso di due entro 2-3 mesi.
 
Nel caso della tireotossicosi da amiodarone, le linee guida distinguono il tipo 1, che compare nei soggetti con gozzo nodulare o morbo di Basedow latente e il tipo 2 dovuto ad una tiroidite su tiroide normale. Sono possibili anche forme miste tra queste due principali.
 
Il tipo 1 risponde bene ai farmaci anti-tiroidei classici (carbimazolo, metimazolo o propiltiouracile), ma in caso di mancata risposta (come nel caso di una tiroide carica di iodio), si può tentare il trattamento con perclorato di sodio (al dosaggio massimo di 1 grammo/die) per 4-6 settimane. Nel caso di una ghiandola tiroidea contenente molto iodio, la risposta alle tionamidi (metimazolo, propiltiouracile) può essere scarsa; per questo sarà necessario utilizzarle ad altissimo dosaggio e per un periodo di tempo più prolungato rispetto al solito.
 
Nella tireotossicosi di tipo 2, di grado moderato-grave, vengono raccomandati come trattamento di prima linea i glucocorticoidi e il paziente andrà gestito in collaborazione con lo specialista cardiologo per il rischio di complicanze cardiache. In casi estremi si può ricorrere alla tiroidectomia d’emergenza.
Una volta ripristinata una condizione di eutiroidismo, i pazienti con tireotossicosi di tipo 2 vanno avviati al follow-up, senza ulteriore trattamento; i tipo 1, andranno trattati chirurgicamente (tiroidectomia) o avviati alla terapia con radioiodio.
 
La decisione se proseguire o interrompere il trattamento con amiodarone nelle forme di tireotossicosi andrà ponderata congiuntamente tra endocrinologo e cardiologo, anche in considerazione del rischio cardiologico del paziente.
 
In condizioni di emergenza, come visto, si può ricorrere ad una tiroidectomia, affidando il paziente ad un chirurgo esperto e previa valutazione collegiale tra endocrinologo, cardiologo, anestesista,chirurgo. La tiroidectomia totale in elezione (una volta raggiunta una condizione di eutiroidismo) può essere comunque considerata anche come terapia definitiva dell’ipertiroidismo (alterativa a quella con radioiodio) nei soggetti costretti a continuare il trattamento con amiodarone o in quelli con effetti collaterali da terapia anti-tiroidea.
 
Maria Rita Montebelli

Maria Rita Montebelli

10 Aprile 2018

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