Rete, paziente, famiglia, integrazione: le quattro parole degli psichiatri per invecchiare ‘sani’

Rete, paziente, famiglia, integrazione: le quattro parole degli psichiatri per invecchiare ‘sani’

Rete, paziente, famiglia, integrazione: le quattro parole degli psichiatri per invecchiare ‘sani’
Se ne è parlato ieri a Firenze in chiusura del convegno nazionale della Società Italiana di Psichiatria dove si è discusso del fatto che l’Italia si conferma il paese europeo col più alto numero di anziani presenti e oltre un mln con demenza senile. “Un primato dovuto alle buone condizioni economiche, all’accessibilità del Sistema Sanitario Nazionale e ai sani stili di vita universalmente riconosciuti, ma che rischia di mettere in crisi l’organizzazione del nostro Paese nei prossimi anni”.

“Rete, paziente, famiglia, integrazione. Sono le quattro parole chiave per la creazione di un complesso di servizi e buone pratiche, con il coinvolgimento attivo del paziente anziano nel percorso di cura, al fine di raggiungere la sua massima capacità di autogestione. L’assistenza al paziente anziano diventa così punto focale nel trattamento a tutto tondo della sua condizione di salute, fisica e mentale. In tutto il percorso di cura previsto, la famiglia svolgerà un ruolo attivo ed in questa azione dovrà essere supportata dal punto di vista emotivo ed economico.
 
In questa “rete di psicogeriatria”, i Dipartimenti di Salute Mentale si integreranno col medico di medicina generale e con gli altri servizi territoriali ed ospedalieri dedicati all’assistenza agli anziani. Una integrazione prevista dal Piano Sanitario Demenze emanato dal Ministero della Salute nel 2015 e declinata in vario modo nel nostro Paese, ove la gestione della sanità è regionale: protocolli d’intesa, piani d’azione regionali, norme di buona pratica clinica”. Di questo nuovo mondo che ci attende e delle possibili soluzioni per una salute mentale di qualità anche nella persona anziana se ne è parlato ieri in chiusura della tre giorni di lavori del convegno nazionale della Società Italiana di Psichiatria, in corso a Firenze.
 
“Un progetto – si legge in una nota – che nasce pensando ai più recenti dati Eurostat, dove l’Italia risulta essere il Paese con il più alto tasso di over 65 rispetto alla popolazione di età compresa fra i 15 e i 64 anni: sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione totale stimata. Uno storico aumento degli anziani: sono cresciuti di oltre mezzo milione dal 2015 a oggi. Un vero e proprio record di over 65 che mette sotto pressione il sistema del welfare italiano per un’assistenza di qualità all’interno e all’esterno del perimetro della famiglia, anche considerato che nel nostro Paese si contano circa 2,2 milioni di persone sopra gli 85 anni e che il nostro Paese detiene il record europeo, insieme alla Francia, del maggior numero di ultracentenari in vita, oltre 14 mila. Basterebbe questo semplice assunto a far comprendere quanto la nostra popolazione stia cambiando e quanto ci sia bisogno di fare, in via preventiva, guardando al futuro. Le buone condizioni economiche, lo stile di vita e la dieta mediterranea conosciuta in tutto il mondo, la possibilità di accesso allargata al Servizio Sanitario Nazionale garantita alla popolazione sono i fattori che maggiormente hanno concesso al nostro Paese di essere il primo in Europa ed il secondo nel mondo (solo dietro al Giappone) nella classifica dei paesi con il più alto numero di anziani”.
 
“Questi dati – ha spiegato Salvatore Varia, vicepresidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore di Unità Complessa di Psichiatria presso il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo – rappresentano un motivo di vanto per il nostro Paese, ma anche una sfida nella quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito gli obiettivi d’intervento orientati a garantire un invecchiamento sano, attivo e positivo: salute, sicurezza e partecipazione. Il perseguimento di questi obiettivi si rende indispensabile, al fine di evitare che, considerate le proiezioni epidemiologiche, i costi per l’assistenza sanitaria degli anziani diventino insostenibili per i Sistemi Sanitari anche nei paesi a maggior sviluppo economico”.
 
Tra le patologie che colpiscono l’anziano, le demenze sono quelle di maggiore impatto epidemiologico su questo target di popolazione. “Per tale ragione – aggiunge il prof. Varia – il nostro Ministero della Salute ha elaborato già nel 2015 un piano nazionale demenze che prevede strategie per la promozione e il miglioramento della qualità e dell’appropriatezza degli interventi di politica sanitaria e socio-assistenziale in quest’ambito. Il fenomeno in questione coinvolge in Italia più di un milione di persone affette da demenza, accompagnate da circa 3 milioni di caregiver coinvolti nella loro assistenza. Le demenze rappresentano un problema rilevante: quasi il 11% degli over 65 e circa il 21 % degli over 80 che risiedono al domicilio manifestano un grado variabile di deterioramento delle funzioni cognitive. Sulla base delle proiezioni delle Nazioni Unite relative alla popolazione mondiale fino al 2050, il numero di persone affette da demenza senile aumenterà dai 25,5 milioni del 2000 a 63 milioni nel 2030, fino a 114 milioni nel 2050”.
 
“In questo quadro appena descritto – ha aggiunto Enrico Zanalda, presidente della Società Italiana di Psichiatria e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Torino 3 – appare logico pensare che all’Italia spetti il difficile compito di paese leader nei prossimi anni alla ricerca di un sistema che garantisca la migliore assistenza possibile. Per la loro dimensione epidemiologica, le demenze senili rappresentano oggi una delle principali sfide per i sistemi sociali e sanitari dell’Occidente con notevoli ripercussioni sia sul piano sociale che su quello economico. Sebbene le relazioni tra demenza e depressione siano state oggetto di molte ricerche negli ultimi decenni, le considerazioni cliniche sono in continua evoluzione. Più recentemente, le conoscenze tra demenze e depressione propendono verso l’evidenza che la depressione con disturbi delle funzioni cognitive (attenzione, concentrazione e memoria) possa costituire un quadro prodromico delle demenze, piuttosto che un distinto e separato disturbo. Un’altra possibilità è che la depressione possa costituire di per sé un fattore di rischio per la demenza. Da qui la necessità di riconoscerla anche in età avanzata e di migliorarne il trattamento”. 
 
Fondamentale, quindi, diventerà l’osservanza delle ‘buone pratiche’. “Pratiche che i Dipartimenti di Salute Mentale – ha concluso Varia – sono pronti ad adottare per garantire sempre interventi volti a promuovere l’invecchiamento sano e di successo, la diagnosi precoce e la cura della depressione che nell’anziano presenta caratteristiche particolari, rispetto ai quadri di disturbo dell’umore che si osservano nelle altre età della vita. Ed anche promuovendo il riconoscimento precoce del decadimento psichico, al fine di adottare intervento sanitari e socio-assistenziali appropriati per questa patologia”.

24 Giugno 2019

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