Schizofrenia. Svelati i meccanismi alla base dei farmaci che curano il cervello

Schizofrenia. Svelati i meccanismi alla base dei farmaci che curano il cervello

Schizofrenia. Svelati i meccanismi alla base dei farmaci che curano il cervello
La quantità di dopamina e di recettori D2 presenti nell’organismo ha ripercussioni sull’attività dei circuiti cerebrali che attiviamo quando progettiamo un’azione o quando la portiamo a termine. Oggi uno studio italiano spiega come ciò accada.

Il cervello umano è un mistero, ma lo è ancor di più il cervello degli individui affetti da patologie come la schizofrenia. Un piccolo passo in avanti nella scoperta di questo organo e della sua relazione con la malattia, nasce da una collaborazione tra Istituto Italiano di Tecnologia, Università di Parma, Università di Bari e Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Il gruppo di ricerca, ha infatti pubblicato su Schizophrenia Bulletin uno studio che ha permesso di determinare uno dei meccanismi neurali alla base del funzionamento dei farmaci antipsicotici.

Per portare avanti la ricerca, gli scienziati si sono avvalsi delle più recenti tecniche di neuroimaging funzionale, ovvero l’insieme di metodi che permettono di misurare il metabolismo cerebrale, per identificare le specifiche aree del cervello che vengono attivate quando un soggetto compie un determinato compito.
In questo modo il gruppo di studio ha potuto studiare gli effetti sull’organismo della diversa concentrazione dei recettori D2 presenti in una particolare porzione dell’encefalo, chiamata Corpo Striato. La presenza di questo tipo di proteine gioca infatti un ruolo centrale negli stati patologici del cervello, poiché se vengono bloccate nell’organismo viene rilasciata dopamina e dunque innescata la sensazione di piacere. Proprio su queste molecole si basano le attuali cure farmacologiche per la depressione.

Nessuno era però prima d’ora riuscito a spiegare quali fossero in particolare i cambiamenti che i diversi livelli di recettori D2 avessero sul cervello e ancor più nello specifico nell’attività del Default Mode Network (DMN), una rete di funzioni cerebrali fortemente implicata in gravi stati patologici, come la schizofrenia. Per avere questo tipo di informazioni, i ricercatori hanno studiato il Dna di soggetti sani, che però presentassero delle varianti genetiche capaci di determinare una diversa quantità di recettori D2. In questo modo i neurologi cercavano di individuare gli effetti dati dalla variazione della quantità di neurotrasmettitore dopamina.
Soprattutto volevano osservare le ripercussioni di questi cambiamenti nelle zone deputate all’attuazione di alcune attività cerebrali implicate nella mediazione delle funzioni positive: il DMN, che si ‘accende’ quando si sogna ad occhi aperti o quando si progettano azioni; o il Task Positive Network, che entra in funzione nel momento in cui il cervello vuole agire, ma verso il mondo esterno. Problemi in questo tipo di circuiti cerebrali sono infatti implicati in malattie come la schizofrenia. “Capire che delle variazioni genetiche fisiologiche della concentrazione dei recettori D2 possono influenzare due circuiti importanti nella manifestazione di una malattia così grave è un fondamentale passo avanti per poter sviluppare nuovi farmaci altamente innovativi per la sua cura”, ha infatti spiegato Fabio Sambataro dell’IIT.
“Più in generale – ha aggiunto Alessandro Bertolino dell’Università di Bari – l’importanza di questo studio risiede nella dimostrazione di come piccole variazioni genetiche possono modificare il funzionamento cerebrale conferendo un incrementato rischio di patologie psichiatriche. Ormai, la psichiatria moderna ha allargato notevolmente le proprie conoscenze e sta ponendo le basi per una migliore comprensione dell’eziologia e conseguentemente del trattamento dei disturbi del cervello.» 

 
L.B.

16 Febbraio 2012

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