Tubercolosi. Sotto esame nuovi possibili farmaci per combattere l’antibiotiresistenza

Tubercolosi. Sotto esame nuovi possibili farmaci per combattere l’antibiotiresistenza

Tubercolosi. Sotto esame nuovi possibili farmaci per combattere l’antibiotiresistenza
Si tratta di due ricerche diverse. Una punta su un antibiotico, la piridomicina, estratto da un batterio che si trova naturalmente nel terriccio. L'altra su una vecchia molecola antiinfiammatoria, l'ossifenbutazone, che sembrerebbe efficace ma non priva di forti controindicazioni.

La resistenza ai farmaci aumenta, i fondi internazionali alla ricerca diminuiscono: di certo non una buona prospettiva per chi fa ricerca contro la tubercolosi. Eppure, qualche risultato positivo  continua ad arrivare. È il caso di due studi pubblicati nel giro di una settimana, che promettono di sconfiggere anche le forme più resistenti della patologia: il primo arriva dall’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL), è pubblicato su EMBO Molecular Medicine e svela che la risposta alla Tbc potrebbe trovarsi in un batterio che si trova naturalmente nella terra; il secondo viene dal Weill Cornell Medical College, apparso su Pnas parla di un antinfiammatorio economico e facilmente reperibile che sembra essere in grado di sconfiggere le forme resistenti della malattia.
 
Un antibiotico dalla terra
Arriverebbe dal suolo, più precisamente da un batterio contenuto in esso, il Dactylosporangium fulvum, quello che potrebbe diventare un nuovo farmaco per combattere la tubercolosi: la piridomicina, un antibiotico naturale prodotto dal microrganismo, sarebbe infatti attivo contro molti dei sottotipi più resistenti del batterio della tubercolosi che non rispondono al farmaco di prima linea isoniazid.
In particolare il principale target dell’antibiotico è una proteina, l’enzima Enoil-(proteina trasportante acili) reduttasi noto come InhA, che è lo stesso bersaglio dell’isoniazid. Tuttavia, poiché la piridomicina si lega a un sito diverso, a seguito di una sequenza differente di eventi molecolari, riesce a essere efficace anche quando il farmaco di prima linea non funziona più. “La natura e l’evoluzione hanno fornito ad alcuni batteri potenti mezzi di difesa per proteggerli da altri microrganismi che convivono nello stesso habitat. Passare in rassegna i prodotti naturali di questi procarioti è dunque un modo per trovare sostanze potenzialmente in grado di sconfiggere le malattie infettive”, ha commentato Stewart Cole dell’École Polytechnique Fédérale, autore principale dello studio svizzero.
 
La soluzione ‘equivalente’
Costa pochi centesimi a dose giornaliera e non è più sotto brevetto: secondo gli scienziati statunitensi del Weill Cornell Medical College l’ossifenbutazone potrebbe essere la risposta, disponibile da subito e anche nei paesi più poveri, per sconfiggere i ceppi resistenti sia attivi che latenti. Seppure, precisano i ricercatori, “non è un farmaco privo di effetti collaterali, né il tipo di medicinale che si prende per calmare mal di testa o dolorini quando c’è un’altra alternativa disponibile”.
Testando 5600 farmaci alla ricerca di quello che continuava ad essere efficace contro il batterio, hanno trovato proprio l’ossifenbutazone, che funziona sul patogeno latente, ma nell’organismo si modifica diventando efficace anche su quello attivo. Il problema iniziale era infatti quello di riuscire a trovare un farmaco che agisse sul batterio dormiente, che è capace di rimanere tale anche quando un paziente è sotto terapia. Per farlo gli scienziati hanno dovuto replicare tutte le condizioni che si trovano all’interno dell’organismo in questo caso (bassi livelli di ossigeno, acidità moderata, grassi invece che zuccheri da mangiare e un piccolo quantitativo di monossido di azoto) e poi testare tutti i farmaci. In questo modo hanno osservato che in questo ambiente, l’azione dell’ossifenbutazone era rivolta a tutti e due le famiglie di batteri.
Tuttavia, per ora il farmaco non è stato testato sui topi per questo uso, poiché questi lo metabolizzano troppo in fretta. Il che ha messo in stallo la ricerca, e soprattutto l’uso per questa indicazione, visto che l’Fda richiede che ogni medicinale sia provato in studi pre-clinici su modello animale, prima di dare il via alla sperimentazione umana. “Anche se ci sono già diversi studi che provano l’uso relativamente sicuro di questo farmaco su centinaia di migliaia di persone nei decenni”, ha spiegato Carl Nathan, docente a capo del team che ha fatto la scoperta.
Ma forse, proprio per questo, si può ben sperare per il futuro.
 
Laura Berardi

21 Settembre 2012

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