Tumore dell’ovaio. Le novità sugli inibitori Parp all’Esmo 2019

Tumore dell’ovaio. Le novità sugli inibitori Parp all’Esmo 2019

Tumore dell’ovaio. Le novità sugli inibitori Parp all’Esmo 2019
Presentati ieri al Congresso in corso a Barcellona tre studi sui nuovi farmaci testati in associazione a chemio, in terapia di mantenimento e in combinazione con bevacizumab, che mostrerebbero un beneficio sulla sopravvivenza libera da progressione della malattia

Nelle pazienti affette da tumore dell'ovaio di grado avanzato, gli inibitori PARP in associazione a bevacizumab e somministrati in terapia di mantenimento, così come aggiunti alla chemioterapia in prima linea e somministrati successivamente come mantenimento o somministrati solo come mantenimento, avrebbero determinato un beneficio a livello di prolungamento della sopravvivenza libera da progressione (PFS). Il risultato sarebbe stato evidente sia in presenza delle mutazioni su BRCA che in assenza di queste, anche se le pazienti con BRCA avrebbero mostrato un beneficio maggiore da questi schemi terapeutici. Sono i risultati evidenziati in tre studi presentati ieri all'incontro annuale della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO), in corso a Barcellona.
 
La sperimentazione di fase III PAOLA-1/ENGOT-OV25, presentata da Isabelle Ray-Coquard dell'Università Claude Bernard Lyon 1, in Francia, ha valutato la combo dell'inibitore PARP olaparib in associazione con bevacizumab nella terapia di mantenimento dopo la chemioterapia in prima linea. La combo avrebbe migliorato in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione della malattia (PFS) rispetto al placebo in combinazione con bevacizumab nella popolazione generale, con una media di 22,1 mesi rispetto a 16,6, indipendentemente dallo stato di mutazione del gene BRCA.
 
Nelle pazienti con BRCA mutato, però, la combo olaparib e bevacizumab sarebbe stata associata a un prolungamento della PFS da 21,7 mesi del gruppo placebo a una media di 37,2 mesi tra le pazienti trattate con l'inibitore PARP e l'antiangiogenico in studio; mentre il beneficio sarebbe stato inferiore tra le pazienti con BRCA non mutato, 18,9 mesi vs 16 mesi. Infine, la combo non avrebbe dato alcun beneficio, almeno apparentemente, alle pazienti con deficit della ricombinazione omologa (HRD) negativo o sconosciuto.
 
Lo studio di fase III VELIA/GOG-3005, presentato da Robert Coleman dell'MD Anderson Cancer Center di Houston, in Texas, ha invece studiato gli effetti della combinazione di veliparib e chemio a base di paclitaxel/carboplatin. Tra le 757 pazienti arruolate, il 26% aveva una mutazione BRCA. Il veliparib, aggiunto alla chemioterapia in prima linea e somministrato poi come terapia di mantenimento, avrebbe significativamente prolungato la PFS nell'intera popolazione di donne, con una media di 23,5 mesi vs 17,3, con un beneficio maggiore sempre nelle pazienti con BRCA mutato, 34,7 mesi vs 22 mesi.
 
Un terzo studio, la sperimentazione di fase III PRIMA/ENGOT-OV26/GOG-3012 presentata da Antonio Gonzalez, della Clinica Universidad de Navarra, ha evidenziato che la terapia di mantenimento con niraparib dopo chemioterapia avrebbe determinato un significativo prolungamento della sopravvivenza libera da malattia, 13,8 vs 8,2 mesi, nelle pazienti con nuova diagnosi di tumore avanzato dell'ovaio, incluse le pazienti ad alto rischio di progressione della malattia. Ma tra il 51% delle 733 pazienti prese in considerazione positive per HRD, la sopravvivenza libera da progressione della malattia sarebbe stata più del doppio, pari a 21,9 mesi contro 10,4 mesi.
 
Sabina Mastrangelo
 

S.M.

29 Settembre 2019

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