Uso di Defibrotide per il trattamento dei pazienti con polmonite da Covid-19

Uso di Defibrotide per il trattamento dei pazienti con polmonite da Covid-19

Uso di Defibrotide per il trattamento dei pazienti con polmonite da Covid-19
Approvato un protocollo sperimentale, promosso dall’IRCCS, Ospedale San Raffaele di Milano per valutare la sicurezza e l’efficacia del defibrotide, un farmaco con azione profibrinolitica, antitrombotica, antinfiammatoria e angio-protettiva. L'obiettivo è di ridurre la progressione dell’insufficienza respiratoria acuta.

Il 14 maggio l’Aifa ha approvato un nuovo protocollo sperimentale, promosso dall’IRCCS, Ospedale San Raffaele di Milano, per i pazienti affetti da polmonite da Covid-19 con gravi difficoltà respiratorie, per valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco defibrotide nel ridurre la progressione dell’insufficienza respiratoria acuta.

Al 18 maggio i casi confermati di Covid-19 sono 4 milioni e 500.000, con più di 300.000 decessi in tutto il mondo. Lo spettro clinico della malattia è molto vario: da forme asintomatiche a forme gravi, caratterizzate da insufficienza respiratoria che richiede ventilazione meccanica e supporto in un'unità di terapia intensiva. In alcuni casi gravi si verificano sepsi, shock settico, sindrome da disfunzione multiorgano. L'insufficienza respiratoria da sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) è la principale causa di mortalità e il profilo delle citochine dei pazienti suggerisce che la fatalità sia guidata da uno stato iper-infiammatorio, auto-propagante.

“Nelle forme severe si assiste ad una profonda reazione infiammatoria che può provocare microtrombosi, con conseguente compromissione della vascolarizzazione polmonare. Per questa ragione, nonostante una ventilazione adeguata, il sangue del paziente non è  ossigenato: i suoi polmoni non sono vascolarizzati in modo adeguato”, spiega il Professor Fabio Ciceri, primario delle Unità di Ematologia e Trapianto di Midollo Osseo e Oncoematologia, coordinatore della Ricerca Clinica all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. E qui entra in gioco il defibrotide, un farmaco “in grado di curare, l’infiammazione endoteliale, prevenendo le trombosi”.

Si tratta una miscela polidispersa di polideossiribonucleotidi che in studi pre-clinici e clinici ha dimostrato azioni profibrinolitiche, antitrombotiche, antinfiammatorie e angio-protettive. Il farmaco è l'unica terapia approvata negli Stati Uniti per il trattamento della malattia veno-occlusiva epatica con insufficienza multiorgano (in particolare polmonare e renale) e in Europa per il trattamento della malattia veno-occlusiva epatica severa.

Questa condizione si può verificare in seguito al trapianto di midollo osseo ed è caratterizzata da attivazione e danno endoteliale, da uno stato pro-coagulante e pro-infiammatorio, con livelli elevati di IL-6, IL-8 e TNF-alfa. Le lesioni polmonari, epiteliali ed endoteliali e l’accumulo di liquido infiammatorio nello spazio alveolare, ricordano ciò che è stato osservato nei casi di esame autoptico del tessuto polmonare negli individui affetti da Covid-19. In parte, l’azione salvavita del defibrotide è dunque dovuta anche alla downregulation delle citochine circolanti.

Lo studio di fase 2, prospettico, interventistico, a singolo braccio, open label, multicentrico valuterà la sicurezza e l’efficacia del farmaco nel ridurre la progressione dell’insufficienza respiratoria acuta.

I pazienti verranno trattati con defibrotide, somministrato per via endovenosa, e riceveranno la migliore terapia disponibile al momento, quindi un trattamento con antivirale, idrossiclorochina e, se necessario, metilprednisolone. L’obiettivo principale sarà verificare se il farmaco riduce effettivamente il tasso di insufficienza respiratoria. Verranno anche valutati: la durata del ricovero in ospedale, la sopravvivenza globale a 28 giorni dall’inizio del trattamento sperimentale e le variazioni nei marker biologici che indicano un’infiammazione sistemica a 14 giorni dall’inizio della terapia.

I risultati verranno paragonati con i dati, analizzati retrospettivamente, di pazienti che sono stati ricoverati per il Covid-19 nell’IRCCS San Raffaele di Milano, prima dell’inizio dello studio e a cui non è stato somministrato un trattamento sperimentale.

Per il momento il trial è in fase di reclutamento: “in questo periodo, fortunatamente, il numero dei pazienti ricoverati è notevolmente diminuito e i casi che riceviamo non sono idonei”, quindi l’attuabilità dello studio non è certa, a meno che non si verifichi un nuovo aumento di casi. L’intenzione è comunque di reclutare all’incirca 50 pazienti.

“Sul farmaco sono in corso altri studi, in Spagna, in Inghilterra, di cui si aspettano i risultati”.

19 Maggio 2020

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