Anziani, diritti e sessualità: i Comuni diventano il primo presidio della salute

Anziani, diritti e sessualità: i Comuni diventano il primo presidio della salute

Anziani, diritti e sessualità: i Comuni diventano il primo presidio della salute

L'invecchiamento della popolazione impone un cambio di paradigma: l'assistenza sociale non è più solo un servizio, ma un diritto alla salute a tutti gli effetti, che include benessere fisico, mentale, relazionale e sessuale. Per questo serve un vero Servizio Sociosanitario nazionale.

Negli ultimi decenni il ruolo dei Comuni nell’assistenza sociale è cambiato radicalmente. Non siamo più di fronte all’anziano della panchina o del bocciodromo: quella rappresentazione è superata. Oggi l’età anziana è plurale, dinamica, complessa. E proprio per questo le politiche pubbliche non possono più permettersi di essere lente, frammentate o residuali.

Qui non si tratta di assistenza nel senso tradizionale. Si tratta di diritto alla salute. In quanto tale una sfida da fare insieme: sindaci con le asl!

Un diritto pieno, costituzionale, che non può essere ridotto alla sola dimensione sanitaria. La salute è fisica, mentale, relazionale. È autonomia, dignità, qualità della vita. E dentro questo diritto rientra anche una dimensione troppo spesso rimossa dal dibattito pubblico: la sfera affettiva e sessuale.

Finché sanità e sociale resteranno separati, questo diritto continuerà a essere negato, soprattutto alle persone più fragili. Per questo serve un vero Servizio SocioSanitario Nazionale, capace di integrare cura e assistenza in un unico sistema. Non è una scelta tecnica: è una scelta politica.

Il dato demografico è chiaro: gli anziani sono sempre di più, i giovani sempre di meno. Questo squilibrio sta ridefinendo la struttura della società. Prendersi cura degli anziani significa garantire coesione sociale oggi e fiducia nel futuro domani.

Oggi esistono almeno quattro grandi condizioni dell’età anziana.

Ci sono i “diversamente giovani” attivi, che rifiutano l’idea tradizionale della vecchiaia. Sono persone che vogliono vivere pienamente: salute, socialità, partecipazione. Ma anche affettività e sessualità.
E su questo punto bisogna essere chiari: negare o ignorare il bisogno affettivo e sessuale nella terza età significa negare una parte essenziale del diritto alla salute.

Non è un tema marginale o privato. È una questione pubblica.
Significa ripensare spazi, servizi, linguaggi. Significa formare operatori capaci di riconoscere questi bisogni senza stigma. Significa superare una visione paternalistica che infantilizza gli anziani e ne cancella i desideri.

Una persona anziana non smette di essere una persona. Non smette di desiderare, di amare, di avere un corpo.
E una politica che non riconosce questo produce esclusione, solitudine e sofferenza.

Accanto a loro ci sono gli anziani fragili, spesso invisibili, che vivono una perdita progressiva di autosufficienza. È qui che il diritto alla salute si misura davvero: nella capacità di raggiungere chi non ha voce.

Ci sono i centenari e gli ultra-centenari, sempre più numerosi. La longevità è una conquista, ma senza qualità della vita rischia di trasformarsi in una lunga marginalità.

Questa realtà impone una verità semplice: non esiste una sola anzianità, quindi non può esistere una sola risposta pubblica.

A complicare il quadro c’è il vuoto generazionale. Meno figli, meno caregiver, meno reti spontanee. La famiglia da sola non basta più. E quando la famiglia non basta, lo Stato — e soprattutto i Comuni — devono esserci.

I Comuni diventano così il primo presidio reale del diritto alla salute. È nei territori che questo diritto prende forma concreta o viene negato.

E allora non basta più garantire servizi minimi. Serve un cambio di paradigma.

Servono progetti di vita personalizzati, non prestazioni standard.
Serve assistenza domiciliare flessibile e continua.
Servono spazi di socialità evoluti, non luoghi di mera aggregazione passiva.
Servono servizi digitali accessibili.
Serve supporto psicologico, perché la solitudine è una forma di sofferenza reale.
E serve anche il riconoscimento pieno della dimensione affettiva e sessuale come parte integrante del benessere.

Il punto è politico: l’assistenza non è una spesa, è un investimento in dignità e coesione.

I Comuni devono diventare laboratori di innovazione sociale, capaci di leggere i cambiamenti, anticipare i bisogni, costruire reti tra pubblico, privato e terzo settore. Ma serve una visione nazionale forte, che riconosca davvero il diritto alla salute in tutte le sue dimensioni.

Perché l’invecchiamento della popolazione non è un problema da gestire. È una trasformazione da governare.

E governarla significa una cosa sola: garantire a ogni persona, in ogni fase della vita, il pieno diritto alla salute — fisica, mentale, relazionale e anche affettiva e sessuale.

Se questo diritto non è esigibile nella fragilità, allora non è un diritto.

I Comuni oggi hanno una responsabilità storica: non possono limitarsi a gestire. Devono guidare. Devono trasformare l’assistenza sociale in uno strumento di giustizia, libertà e qualità della vita.

Perché il futuro dei territori passa da qui:
da come si sceglie di vivere la longevità,
e da quanto si è disposti a riconoscere, fino in fondo, la dignità delle persone.

Ettore Jorio

Ettore Jorio

10 Aprile 2026

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