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Medico e paziente non si incontreranno più?

di Antonio Panti

Una visita virtuale a un paziente virtuale, che appare come un insieme di dati, condurrà fatalmente a un medico virtuale? Stiamo andando verso una medicina del metaverso? O, semplicemente, si vuol trasformare la professione in un videogioco? Ma anche pensando un sistema Babylon avanzato, alla fine il medico non può non incontrare il paziente

04 OTT -

Recentemente è apparso su QS un articolo del Prof. Lucio Romano che affronta un tema di grandissima rilevanza, la sfida che l’Intelligenza Artificiale applicata alla medicina reca alla deontologia. Condivido del tutto quanto scrive Romano e le sue conclusioni; per questo vorrei avviare un confronto su un tema così importante per i medici e per i pazienti, un dibattito non più rinviabile perché l’informatica pervade la sanità e le applicazioni dell’I.A. sono già ben oltre la fase sperimentale.

Ha ragione il Prof. Romano, “rischiamo di delegare alla tecnologia molti processi assistenziali” per cui occorre rivedere il Codice Deontologico alla luce della riflessione bioetica. La Commissione Deontologica della FNOMCeO aveva già elaborato una proposta ma, in verità, si trattava di un mero aggiornamento del Codice esistente; al contrario, occorre una riflessione più attenta su alcune questioni.

Siamo già entrati nell’epoca dei big data, del “dataismo”. Anche la medicina può essere considerata come un flusso di dati che, però, esigono una codificazione idonea all’I.A., quindi di una quantificazione e standardizzazione che pone il primo problema: come vengono processati i dati? E con quali obiettivi rispetto ai singoli problemi? Porre obiettivi clinici significa lasciare alquanti margini di interpretazione che, se affidati all’I.A., dipendono dall’addestramento della macchina, il che fa sì che le regole procedurali nascono dal passato; manca l’elemento “fantasia” proprio del medico.

Mi sembra difficile coniugare l’I.A. con il processo decisionale peculiare di quella medicina personalizzata che tutti auspichiamo. Quanti dati occorrono al medico per dipanare l’ontologica complessità della persona? Insomma siamo ancora ai primordi di un umanesimo digitale. O l’empatia non seve più alla prassi medica o si debbono inventare macchine empatiche: un ossimoro irrealizzabile.

Inoltre, riprendendo il discorso del Prof. Romano, al di là del tradizionale quadro etico di riferimento della deontologia, che è sempre stato alla base degli aggiornamenti del Codice, occorre considerare altri valori, quali, come suggerisce l’articolo, l’esplicabilità e la responsabilità.

E’ ovvio che di pari passo deve procedere la riflessione nel campo del diritto, giungendo a delineare, più di quanto finora è stato fatto, un complesso di norme che definiscano meglio i criteri di responsabilità, la tutela della privacy, i meccanismi di controllo, la legittimità della raccolta dati, la trasparenza, la cybersicurezza e quant’altro necessario.

Ma il vero problema, a mio avviso, è: chi possiede i dati? Si può ricostruire la procedura alla base del sistema deep learning? Chi sono i progettisti e i proprietari, multinazionali, piccole imprese o il pubblico? Certamente non sarà il SSN, che manca della struttura tecnica adatta; di fronte alla “Algorithmic knowledge production” i medici dovrebbero candidarsi a verificare la progettazione dei sistemi di I.A.. I bias di programmazione possono aumentare iniquità e disuguaglianze: la conoscenza processata dalla macchina non è eticamente neutra. Il black box degli algoritmi non è trasparente e la trasparenza è un valore deontologico tanto più quando gli algoritmi possono influenzare i medici assai più delle linee guida.

I dati del ”real world” sono difficili da confrontare e carenti delle condizioni di contesto, così rilevanti nella clinica. Siamo più espliciti: le scelte dei gestori dei sistemi di I.A. saranno coerenti con gli interessi del servizio sanitario, l’equità e la cura dell’individuo e della collettività, come recita la Costituzione, oppure saranno influenzate dal mercato, dal complesso tecnologico oggi in mano al capitalismo finanziario? Il possesso dei dati è potere. Finora il medico ne era uno dei depositari, può rischiare di diventare una ruota nella giostra del mercato globale e la medicina essere colonizzata dai giganti della big tech.

La domanda deontologica è: quanto la medicina vuol essere automatizzata? Lavorare meglio o produrre di più? Ma questo pone ulteriori questioni.

Le possibilità pratiche dell’I.A. sono quelle elencate nell’articolo citato e, di anno in anno, destinate a aumentare. E’ fuor di dubbio la straordinaria utilità di tutte queste applicazioni che miglioreranno la professionalità del medico. Nessuno può pensare di limitare una tecnica che facilita l’assistenza. Ma i vantaggi sono tali se non stravolgono la professione: ancora la necessità di adeguare la deontologia.

I medici dovranno modificare lo strumentario secondo le tecnologie innovative dotate di I.A. e i pazienti saranno forniti di nuovi apparecchi di diagnosi, monitoraggio e controllo. La prassi assistenziale sarà pervasa di strumenti intracorporei o indossabili o a distanza. Ancora una volta il medico prescrive, il paziente fruisce e un terzo, lo Stato o le Assicurazioni, paga. Di nuovo un problema deontologico mai del tutto risolto: il conflitto di interesse. Il medico saprà resistere alle tentazioni del mercato? Il Codice Deontologico dedica spazio a questo problema che, nel caso dei farmaci, è stato affrontato con qualche soddisfacente successo. Anche in questo caso saranno necessarie norme deontologiche ma anche interventi legislativi, se possibile sovranazionali.

Ma vi è un’altra questione. Il paziente deve non solo essere ascoltato per comprenderne il vissuto ma anche esaminato con tutti i sensi, la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto. La visita è un fatto concreto tra persone fisiche. La medicina virtuale si fonda sull’accesso ai dati da parte del medico ma la somma delle informazioni non dà né sapere né saggezza. Temo che si finisca per trasformare un fatto fisico in un insieme di dati che non sono del medico ma a cui semplicemente accede.

Una visita virtuale a un paziente virtuale, che appare come un insieme di dati, condurrà fatalmente a un medico virtuale? Stiamo andando verso una medicina del metaverso? O, semplicemente, si vuol trasformare la professione in un videogioco? Anche pensando un sistema Babylon avanzato, alla fine il medico non può non incontrare il paziente. Questa è la certezza che ci resta e su questa dobbiamo pensare una deontologia del futuro, che garantisca in ogni caso l’universalità del diritto alla tutela della salute e l’uguaglianza delle prestazioni. E non dimenticare che mente e corpo sono comunque fatti fisici.

Antonio Panti



04 ottobre 2022
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